di Elena Belmontesi
“Bisogna investire su sé stessi”.
Sono logopedista da più di trentacinque anni, di bambini e di adulti ne ho incontrati tanti in questo tempo. Con loro ho intrecciato relazioni personali e di cura ma non è stato sempre nella medesima modalità. Ognuno è a sé, ce lo ripetiamo spesso quando dobbiamo stabilire un percorso terapeutico, ma anche noi non siamo mai gli stessi: cambiamo, ci modifichiamo nei modi, nei pensieri, nel fare e nell’essere. La professionalità, il sapere e il saper fare, sono in evoluzione e anche l’esperienza è indispensabile nel processo e nella riuscita di un intervento terapeutico, ma non basta. Prendersi cura.
dell’altro non può essere solo applicare tecniche e conoscenze, bisogna investire su sé stessi. Non l’ho capito subito. È stato necessario che fossi coinvolta direttamente in una cura. È avvenuto con la nascita di mia figlia, quando ho iniziato a sperimentare quel senso di accudimento, di protezione, di cura appunto. Poi tutto è venuto a cascata, in modo molto naturale e senza che intervenisse una volontà specifica. I bambini che incontravo al lavoro erano un po’ anche lei e necessitavano delle stesse attenzioni. Le tecniche specifiche non erano più solo applicazione delle conoscenze ma si vestivano di un’empatia nuova, anch’essa più consapevole.
consapevole. Tutta la professione si è rinnovata e nello stesso momento è accaduto anche alla vita privata, non c’era una distinzione netta tra l’una e l’altra; e capitava molto più frequentemente che tanti pensieri sui bambini in trattamento mi cogliessero anche quando ero a casa con la mia famiglia. Mi rendo conto di quanto sia stata coinvolta nel processo terapeutico anzi, di quanto sia entrata nella vita dei bambini e delle famiglie, quando, anche a distanza di venti anni e più, mi fermano per strada, si fanno riconoscere (se il mio sguardo vaga perduto, cercando nella memoria di identificare quei volti che sembrano noti, ma che non hanno più un nome), e raccontano in pochi minuti la vita intercorsa, facendomi parte di quello che ho perso nel tempo, cercando di colmare uno spazio che il cuore vede ancora pieno.
Con gli adulti è stato sempre diverso, era già più semplice questo scambio dell’anima, perché portavano da subito le loro storie e non era possibile rimanerne fuori e, come accade spesso, la cura diventava biunivoca: io offrivo la mia professionalità e loro mi donavano le loro esperienze, la loro vita, che diventava essa stessa un aiuto per me.
La cura è sempre uno scambio: bisogna accettare di essere presi in carico, è necessario offrirsi alla fiducia ma anche, dall’altra parte, porsi all’apertura, all’ascolto. La malattia (essere dall’altra parte), offre la visione opposta.
La cura, quella degli affetti, partecipe e stimolante, è un toccasana ma si percepisce quanto questa sia un reale scambio, quando si incontrano medici preparati, sia nel campo specifico che nella relazione con il paziente.
È allora che ci si sente “in buone mani”, ascoltati, perché anche il nostro punto di vista fa parte della cura e quello che percepisce il malato lo può dire solo lui.
(Articolo tratto da: Lettera da CAPODARCO N.1)
“Ti solleverò dai dolori
e dai tuoi sbalzi d’umore
…
E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te”
(La Cura – F. Battiato)
In fondo questa ne è l’essenza.
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