Prendersi cura non è solo curare

di Paola Todeschi* Ci sono persone che lasciano il segno. Magari le abbiamo conosciute per caso, percorrendo con loro solo un breve tratto di strada, quando la malattia ha interrotto violentemente la normalità. Le ricordo con piacere perché ho avuto a cuore le loro condizioni, provando interesse per ciò che accadeva. La consapevolezza di poter…
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di Paola Todeschi*

Ci sono persone che lasciano il segno. Magari le abbiamo conosciute per caso, percorrendo con loro solo un breve tratto di strada, quando la malattia ha interrotto violentemente la normalità. Le ricordo con piacere perché ho avuto a cuore le loro condizioni, provando interesse per ciò che accadeva. La consapevolezza di poter offrire protezione e attenzione nella sofferenza, ha sicuramente favorito una relazione importante, dove il dialogo si costruiva giorno per giorno durante le sedute di fisioterapia.

In questo tempo potevo comprendere il loro vissuto, mentre la persona trovava la forza per affrontare le difficoltà della situazione, mettendo in gioco esperienze, significati ed emozioni che orientavano le scelte e i percorsi di cura. La malattia costringe a riconsiderare la natura della nostra esistenza. In salute diamo per scontato che la vita non sia legata alla vulnerabilità e alla finitezza, il nostro corpo ci appare quasi invisibile, permettendoci di agire nel mondo senza pensare alla sua materialità. Quando la malattia infrange brutalmente questa trasparenza, il corpo diventa un ostacolo, un problema, una fonte di dolore e ansia.

Nonostante queste considerazioni, prove empiriche raccontano del cosiddetto “paradosso della disabilità”: studi dimostrano che molte persone con malattie croniche gravi, inclusi i pazienti oncologici o in dialisi, riportano livelli di benessere e felicità poco inferiori a quelli dei soggetti sani. Non sembrerebbe essere una forma di autonegazione, dunque, sorprende l’adattabilità umana e come sia possibile costruire una vita soddisfacente rispetto al nuovo concetto di benessere. Bisognerebbe cogliere che la vita del malato è ancora un’esistenza completa, non semplicemente una mente che ha un corpo malfunzionante.

La malattia ci costringe a fermarci e a porci domande fondamentali: “qual è il senso della mia vita?”, “cosa è veramente importante per me?”. Queste riflessioni possono portare a un processo di edificazione, ad una crescita post-traumatica che ci consente di cambiare priorità. Ammalarsi è un’esperienza che non sceglieremmo ma può insegnarci a vivere con maggiore consapevolezza e autenticità. Possiamo riuscire in questo percorso, se non siamo soli e se ognuno accetta di fare la propria parte. Nella cultura contemporanea va affermandosi il ritorno a un approccio integrale dell’umano. La riconciliazione tra prendersi cura e curare è un’esigenza ineludibile del dibattito bioetico dei nostri tempi. La cura per l’altro si concretizza nel prestargli attenzione, comprenderlo, averne rispetto, dedicargli tempo, cercare di stabilire una relazione che soddisfi i suoi i bisogni, preoccupandoci della dimensione emotiva. Cercare il dialogo col paziente è a mio avviso un sensibile atto di cura. Purtroppo la società chiede solo prestazioni, poco importa se virtuose o meno. Far bene equivale ad essere conformi alle regole previste, anche se sarebbe auspicabile condividere un percorso di cura personalizzato, dove trattare la malattia e curare la persona, siano ritenute dimensioni differenti ma allo stesso modo fondamentali”.

*(Fisioterapista)
(Articolo tratto da: Lettera da CAPODARCO N.1)

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