Il potere dei gesti invisibili

di Elia Africani Il valore delle presenze “silenziose” nella vita di una organizzazione. Ci sono comunità che si definiscono attraverso ciò che mostrano: ruoli, decisioni, riunioni, comunicati, persone “in prima fila”. Questo è comprensibile e abbastanza ovvio; il palcoscenico è dove avviene ciò che fa notizia, è più facile da raccontare. Eppure, chiunque abbia frequentato…
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di Elia Africani

Il valore delle presenze “silenziose” nella vita di una organizzazione.

Ci sono comunità che si definiscono attraverso ciò che mostrano: ruoli, decisioni, riunioni, comunicati, persone “in prima fila”. Questo è comprensibile e abbastanza ovvio; il palcoscenico è dove avviene ciò che fa notizia, è più facile da raccontare. Eppure, chiunque abbia frequentato un condominio, un’associazione, un ufficio, una parrocchia, una scuola, un gruppo sportivo o una famiglia allargata, sa bene che ciò che regge davvero, non coincide spesso con ciò che va in scena.

A sostenere il quotidiano, infatti, raramente è un grande gesto, ma spesso è un insieme di piccole attenzioni, ripetute, quasi invisibili. Non si tratta di bontà d’animo in senso generico, ma di azioni concrete: qualcuno che annaffia piante e fiori, chi rimette a posto ciò che trova fuori posto, chi pulisce una macchia senza aspettare che “tocchi a lui”, chi si accorge che manca qualcosa e se ne occupa, chi apre una finestra perché l’aria è pesante in senso letterale e anche no.

Poi, esiste un’attenzione ancora più sottile, quella relazionale: il saluto sulla porta, non come riflesso automatico ma come riconoscimento; il sorriso che non chiede nulla in cambio e non pretende confidenza ma alleggerisce di un po’ la fatica di chi entra; il modo in cui qualcuno pronuncia il tuo nome e ricorda un particolare. Questi comportamenti vengono spesso attribuiti al carattere dei singoli individui, come se fossero qualità naturali, come se c’è chi è fatto così e chi no, ma in realtà sono molto più spesso un “lavoro”. Un lavoro che quasi nessuno chiama tale, non compare in un mansionario, non produce risultati immediatamente misurabili, eppure, produce effetti concreti: abbassa la “temperatura”, riduce la probabilità che una giornata vada storta, evita che una regolamento si trasformi in frizione, rende più semplice chiedere aiuto. In altre parole, rende abitabile lo stare insieme.

Il paradosso è che questa indispensabile manutenzione, si nota soprattutto quando viene meno, quando compaiono piccole rigidità e aumentano gli attriti, quando le persone si parlano solo per necessità e ogni cosa richiede più energia del necessario. Si realizza un rischio più sottile: abituarsi al fatto che qualcuno regge, incorporarlo come se fosse un dato naturale. Accade di non accorgersi che, chi cura, continua a farlo anche quando è stanco, chi media lo fa anche quando non gli conviene, scivolando lentamente dalla cura all’usura. In queste occasioni si respira peggio e spesso non si sa dire esattamente perché.

Qual è il punto? Non c’è bisogno di fare un elogio dei “buoni” o di santificare qualcuno, ma di imparare a vedere e a nominare con precisione ciò che di solito resta indistinto. Se in un gruppo c’è chi accoglie, chi ricuce, chi sistema, chi tiene insieme gli angoli, occorre domandarsi se lo si stia dando per scontato e, in tal caso, chiedersi come davvero valorizzarlo e renderlo sostenibile.

Una comunità, del resto, non si misura soltanto da come si discutono i grandi temi, ma anche da come ci si prende cura delle piccole cose, non credo sia poesia, è la struttura che caratterizza l’agire umano. Quando queste micro-attenzioni si diffondono accade qualcosa di molto concreto, chi partecipa si sente accolto, si fida un po’ di più e lo stare insieme smette di somigliare a una prova di resistenza.

Forse, spesso, sopravvalutiamo ciò che appare e sottovalutiamo ciò che tiene. Vale allora la pena di ribaltare lo sguardo, non per celebrare l’invisibile in astratto, ma per riconoscere che molti luoghi, funzionano grazie a una manciata di gesti semplici, ripetuti, concreti.

Gesti che non fanno curriculum, ma fanno casa.

(Elia Africani è Coordinatore di una struttura
residenziale terapeutico-riabilitativa per dipendenze patologiche)

(Articolo tratto da: Lettera da CAPODARCO N.1)

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