Marisa Galli: “una piccola donna disabile, ma un gigante dell’umanità e della fede”

Il teologo e biblista Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha condiviso sulla pagina Fb della Comunità di Capodarco un bellissimo ricordo su Marisa Galli. La fondatrice, insieme a don Franco Monterubbianesi, della Comunità di Capodarco, scomparsa la mattina del 29 gennaio 2022. Riproponiamo integralmente […]

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Il teologo e biblista Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha condiviso sulla pagina Fb della Comunità di Capodarco un bellissimo ricordo su Marisa Galli. La fondatrice, insieme a don Franco Monterubbianesi, della Comunità di Capodarco, scomparsa la mattina del 29 gennaio 2022.

Riproponiamo integralmente l’intervento di Alberto Maggi

Alberto maggi

Alberto Maggi

“Sono spastica… non sono scema! Un mio ricordo della grande Marisa in “Due in condotta” (il libro di Alberto Maggi edito Garzanti pubblicato nel 2019, ndr). Proprio in quei giorni, infatti, un’amica mi parlò di Capodarco, località vicino a Fermo. Da pochissimo un prete folle, tanto coraggioso quanto visionario, Don Franco, aveva accolto in una villa di campagna abbandonata, che gli era stata data in uso, una decina di disabili, togliendoli dagli istituti o anche dalle famiglie dove avevano finora vissuto, per permettere loro una vita diversa, calda e accogliente, e soprattutto profondamente umana. Don Franco era affiancato da una piccola donna disabile, ma un gigante dell’umanità e della fede, Marisa, che lo ispirò, lo guidò e lo sostenne in questo innovativo rischioso progetto.

La mia amica mi disse che a Capodarco avevano bisogno di tutto, specialmente di giovani disposti a dare gratuitamente una mano per l’andamento della casa e la gestione degli ospiti. Non ci pensai due volte, chiesi due settimane di ferie al Comune e mi presentai a Don Franco che mi accolse nella sua nascente comunità. E conobbi da vicino un mondo per me finora semisconosciuto, quello della malattia, dell’infermità, degli invalidi, e soprattutto dell’emarginazione e della solitudine. Compresi che per quegli uomini e donne in carrozzina, che non avevano l’uso delle mani, dovevo essere le loro mani, e se non avevano l’uso delle gambe, dovevo essere le loro gambe, ma non la loro testa. Erano essi che dovevano decidere, e io eseguire. Per troppo tempo costoro erano vissuti negli istituti, o anche in famiglia, dove venivano considerati e trattati come minorati per i quali altri prendevano decisioni e non venivano mai interpellati.

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Marisa Galli

Questo non lo capii subito, ma fu una lezione che mi diede uno dei primi giorni proprio Marisa, e che non avrei mai più dimenticato nella mia vita. Probabilmente fui maldestro e superficiale nell’approcciarmi a lei, decidendo al suo posto, senza interpellarla, dove sistemarla con la carrozzina, e Marisa mi disse con il suo linguaggio stentato, meccanico: ‘Guarda che sono spastica, ma non sono scema… il mio viso è quello di un’ebete, ma non la mia testa’. Era vero. Non le avevo chiesto dove volesse essere portata, e avevo deciso io, perché pensavo che non capisse, invece ero io quello che non capiva. E da allora nacque una bella intensa e intima amicizia tra noi due, e da lei ebbi insegnamenti sulla fede, sulla vita. La prima importante direzione spirituale nella mia vita l’ebbi da una donna seriamente handicappata”. 

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Redazione Capodarco

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