“L’uomo che piantava gli alberi”: la Comunità San Claudio porta in scena Jean Giono

La Comunità San Claudio di Corridonia (MC), realtà residenziale che attraverso attività riabilitative e relazionali accoglie circa una ventina di persone con disagio psichico, vi invita l’8 giugno al Teatro Durastante di Monte S. Giusto (Mc), per il debutto dello spettacolo teatrale “L’uomo che piantava gli […]

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loc san claudio correttaLa Comunità San Claudio di Corridonia (MC), realtà residenziale che attraverso attività riabilitative e relazionali accoglie circa una ventina di persone con disagio psichico, vi invita l’8 giugno al Teatro Durastante di Monte S. Giusto (Mc), per il debutto dello spettacolo teatrale “L’uomo che piantava gli alberi”, liberamente tratto dall’omonimo libro di Jean Giono.

L’esperienza teatrale, condotta dalla regista Roberta Fonsato, è l’epilogo di un progetto durato circa quattro anni, che ha visto protagonisti alcuni ospiti della comunità protetta, che hanno partecipato al laboratorio con una cadenza settimanale.

Improvvisazione e vissuti personali. “L’intero percorso è stato una sfida davvero grande – spiega la regista -,  il gruppo che si è formato nel tempo ha dimostrato un’evoluzione artistica notevole. Il lavoro teatrale propriamente detto, si è basato su un metodo di propedeutica, che ha visto come filo conduttore l’improvvisazione. Il gruppo ha così potuto sperimentare quelli che sono i rudimenti della tecnica teatrale di base, per poi cimentarsi sul metodo dell’improvvisazione, che ha delle regole precise, pur lasciando spazio alla libera interpretazione. L’improvvisazione permette di coniugare quelle che sono le tematiche da rappresentare, con i vissuti personali”.

“Nel corso del tempo – continua Roberta Fonsato – si è potuto notare come la facoltà di astrazione del gruppo sia aumentata notevolmente, la capacità di ‘entrare’ ed ‘uscire’ dal ruolo interpretato, ha avuto un’evoluzione importante, che ha dimostrato l’efficacia del processo creativo”.

Il senso del gruppo. Un altro aspetto da mettere in evidenza sottolinea Roberta Fonsato, è quello relativo al senso del gruppo: “lavorare in un gruppo teatrale implica una serie di responsabilità individuali e collettive, che rendono il lavoro possibile e l’idea propria di definirsi ‘gruppo’. Tali ‘atteggiamenti’ non risultano di facile applicazione nella quotidianità di un vivere comune, quale appunto quello di una Comunità protetta; avere l’opportunità di sperimentare una modalità ‘diversa’ di stare insieme, può essere di utilità relazionale.

“Allenarsi a stare insieme, a relazionarsi, a trovare delle soluzioni possibili di convivenza, sono componenti che fanno parte della pratica teatrale e sono altrettanto componenti del vivere comune.

Il teatro come attivatore di relazione – conclude – diventa uno strumento fondamentale per ‘esercitarsi’ a sviluppare competenze relazionali, che possono essere in qualche modo traslate nella vita quotidiana. “Ricordo una frase di un attore: ‘il teatro è una palestra di vita’”.

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Redazione Capodarco

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