La sfida dell’educazione in una “società che fissa i confini e rifiuta i limiti”

Quale “terapia” per una società che fissa sempre più confini e non accetta i limiti? Questo il tema approfondito dal professor Michele Corsi, direttore del Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università di Macerata, intervistato dal giornalista Giovanni Anversa durante il seminario di Redattore Sociale “Il mio […]

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Quale “terapia” per una società che fissa sempre più confini e non accetta i limiti? Questo il tema approfondito dal professor Michele Corsi, direttore del Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università di Macerata, intervistato dal giornalista Giovanni Anversa durante il seminario di Redattore Sociale “Il mio giardino”.

L’analisi del professor Corsi, pedagogista e psicoterapeuta, è partita dalla distinzione tra confine e limite. “Il confine è qualcosa di rigido e di insuperabile: di ‘statico’. È il confine, ad esempio, fra due paesi, fra due territori. Insuperabile e insormontabile, che rinvia al concetto di ‘proprietà’. O di sovranità nazionale. Su questo versante, sono possibili alleanze o scambi, accordi ‘utili’ per i contraenti. Ma dove ognuno gioca per sé e la benzina dell’accordo è il ‘potere’. Il conflitto comunque non va temuto, il problema è saperlo gestire”.

Altro è il concetto di limite, ha spiegato Corsi. “Per Martin Buber, ad esempio il ‘tu’ dell’altro è ‘il limite’ al mio io. È il limite mediante il quale l’io si riconosce in sé e per sé. Se non ci fosse l’altro, l’io non si riconoscerebbe. L’altro è una ‘possibilità’.  Anzi è la ‘possibilità’ che mi dà la ‘vita’. In questo senso, il limite è opportuno, benedetto, sacrosanto. E sta a ciascuno di noi ‘decidere’ se corrergli incontro, abbracciarlo oppure rifiutarlo. Se ‘prescelto’, il limite diventa la ‘premessa’ del legame. Il limite non elimina, cioè, la differenza: piuttosto la esalta, la riconosce e, nel contempo, la ‘media’, consentendo il possibile ‘incontro fra diversi’. Nella ‘cultura del limite’, la ‘possibilità’ è rappresentata dalla ‘scelta della reciproca accoglienza’. Il limite poi è tutt’uno col concetto di ‘per-sona’. L’essere per. L’essere per l’altro. L’’individuo’, invece, è il ‘ritagliato’ per eccellenza. La persona è strutturalmente ‘in relazione’. Mentre l’individuo è ‘da solo’. Quindi più fragile. Il limite non è mai ‘chiusura’. Mentre il confine sì, la sottintende, la richiama e la esige”.

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Michele Corsi e Giovanni Anversa

In questo scenario la nostra società com’è messa con la cultura del limite? “La nostra società liquida come la definisce Bauman, o potremmo dire aerea – ha proseguito Corsi –  ha confuso i confini coi limiti. Una società che, mentre erige e ‘fissa’ sempre più i confini, non accetta i limiti. Limiti ‘che non ha’, perché non li vuole e li rifiuta”.

Qualche esempio? “I tanti casi di femminicidi, oggi, o di violenze in famiglia o nella società. E da parte non soltanto di adolescenti e giovani. E con una gran parte di questa società che è abitata da ‘adulti poco adulti’ o da ‘adulti mascherati da adolescenti’. E con danni ‘per chi giovane lo è davvero’. Cui mancano, per questa via, gli adulti come ‘mentori specifici di riferimento’: quali ‘limiti autorevoli’. Dove sono gli adulti in questa società? Noi avevamo madri, padri, scuole, università, oggi questa è società priva di adulti, priva di educatori, invece i giovani hanno bisogno di adulti con infinita capacità di dialogo e autorevolezza. Ma noi abbiamo uno Stato che non investe in formazione e una Chiesa che non offre sacerdoti in grado di offrire questa capacità di ascolto e auotrevolezza. Con più adulti oggi la società sarebbe meno ‘liquida’. Autorevolezza implica che non ci perdiamo mai di vista e dialoghiamo su tutto, l’autorevolezza richiede formazione, dedizione, generosità, apertura”.

La differenza tra confine e limite si applica anche al tema dell’immigrazione: “che non è un ‘confine’, verso cui erigere steccati, muri. Ma è quel ‘limite’ che consente, piuttosto, di creare ponti: la transcultura, al fine di costruire sistemi nuovi: e, dunque, l’intercultura”.

Quale “terapia” si può immaginare per questa società? “Investire di più in formazione, ovunque e comunque. Educare, di fatto, è ‘educare al limite’. Educare a sé e, ‘contestualmente’, al ‘riconoscimento dell’altro’. Col limite, che rinvia alla speranza. Mentre il confine, di contro, rinvia alla paura, e al vissuto dell’altro: persona, Stato, come minaccia. L’accoglienza del limite, in educazione, vuol dire ‘consentire’, a ciascuna e ciascuno di noi, partendo dal riconoscimento delle proprie capacità, di ‘migliorarsi’, maturare e crescere”.

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Redazione Capodarco

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