Povertà sanitaria, don Albanesi: “Diritto alla salute, una sicurezza che scricchiola”

“Il dato emerso dall’indagine del Banco farmaceutico e Caritas Italiana al meeting di Rimini di quest’anno dice che negli ultimi sette anni la richiesta di farmaci per persone che non si possono permettere medicine è aumentata in media del 97%. Eravamo abituati, almeno a partire […]

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“Il dato emerso dall’indagine del Banco farmaceutico e Caritas Italiana al meeting di Rimini di quest’anno dice che negli ultimi sette anni la richiesta di farmaci per persone che non si possono permettere medicine è aumentata in media del 97%. Eravamo abituati, almeno a partire dalla riforma sanitaria del 1978, a credere che il nostro sistema sanitario garantisse il diritto alla salute. Questa sicurezza sta scricchiolando. Una serie di fatti indica che in futuro potrebbero permettersi esami, interventi, medicine solo quanti avessero possibilità finanziarie”. Così don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, analizza, nel proprio blog, il dossier diffuso oggi dalla Fondazione Banco Farmaceutico e Caritas Italiana e concernente proprio la “povertà sanitaria” degli italiani.

Don Vinicio Albanesi

Don Vinicio Albanesi

Quella in corso, per don Albanesi, è “una tendenza già in atto, considerata l’introduzione della famigerata “compartecipazione” (il celebre ticket) oramai introdotta per tutti gli interventi sanitari. Occorre denaro, sempre più denaro, soprattutto se la malattia è importante e prolungata – sottolinea -. La donazione di medicine, pure attiva nel nostro paese, dice in parole chiare che si sta scendendo verso la povertà assoluta. Dopo la richiesta di cibo, di vestiario, di denaro per le bollette, per l’affitto, per l’assicurazione delle automobili, si è scesi all’elemosina del farmaco. E – attenzione! – il fenomeno sta coinvolgendo persone dignitose e a noi vicine”.

“Ricordo un episodio vissuto nell’Ecuador diversi anni fa. Un bus carico di bambini va fuori strada nei pressi della missione in cui risiedevo. Otto morti e molti feriti. Tra questi un bambino che nell’incidente rimane letteralmente scuoiato del cuoio capelluto. E’ ricoverato nell’ospedale pubblico della città di Riobamba. Possono far poco, perché la ferita sta infettandosi e il rischio è la setticemia. Veniamo interpellati e ci dicono che solo a Quito, nell’ospedale maggiore e a pagamento può essere salvato. Dico al padre missionario di portarlo in ospedale. Mi guardano e mi chiedono: chi pagherà il carburante per l’ambulanza, l’autista che lo trasporterà e le spese dell’ospedale? Rispondo: andate e provvederò. Il bambino è curato e salvato.

Prima di ripartire per l’Italia chiedo al missionario: ma se non avessimo dato l’ok per Quito che sarebbe successo? ‘Nada – mi risponde il padre – el niño iba a morir’ (niente, il bambino sarebbe morto)”.

Conclude don Albanesi: “Quell’episodio è rimasto vivo nella memoria, pensando soprattutto alla gratuità della nostra sanità. Perché questa sicurezza non scompaia, le domande da porsi sono molte: se ci sono sprechi, se l’industria farmaceutica è ingorda, se la ricerca scientifica è dispendiosa, se il carico della fiscalità non è sufficientemente distribuito. Non è possibile rinunciare al diritto alla salute, perché è il bene più prezioso che abbiamo. Né è giusto che a pagare siano sempre i fragili. I dati del Banco farmaceutico e della Caritas dicono che è arrivato il momento di dare risposte, oltre che di porsi domande”.

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Redazione Capodarco

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