Giorno della memoria, un muro del ricordo online dedicato alle vittime

“Se mi dovesse accadere qualcosa, vorrei che qualcuno ricordasse che una volta viveva una persona di nome David Berger”. Nato in Polonia, Berger fuggì quando i tedeschi invasero il Paese nel 1939 e due anni dopo fu ucciso in Lituania, all’età di 19 anni. Quella […]

this.image.title

“Se mi dovesse accadere qualcosa, vorrei che qualcuno ricordasse che una volta viveva una persona di nome David Berger”. Nato in Polonia, Berger fuggì quando i tedeschi invasero il Paese nelmemoria 1939 e due anni dopo fu ucciso in Lituania, all’età di 19 anni. Quella frase è contenuta nella sua ultima lettera spedita da Vilnius. A 80 anni dal suo assassinio, il suo desiderio di essere ricordato – così come quello di tante altre vittime della Shoah – ha ispirato l’iniziativa online “IRemember Wall – Il Muro del ricordo” promossa dallo Yad Vashem, il World Holocaust Remembrance Center di Gerusalemme, in occasione della Giorno della memoria 2021. Centro internazionale dedicato a educazione, ricordo, documentazione e ricerca sull’Olocausto che accoglie il database in cui sono registrati i nomi di oltre 4,8 milioni di vittime della Shoah, lo Yad Vashem ha pensato di realizzare un Muro del ricordo virtuale per non dimenticare i nomi e le storie di uomini, donne e bambini uccisi dai nazisti. Chiunque può iscriversi e vedersi assegnare una persona di cui conoscerà il nome, leggerà la storia e vedrà la foto. Sono già oltre 42 mila gli iscritti, in gran parte da Germania e Israele, tantissimi anche gli italiani.

“Un’iniziativa nuova e geniale”

L’idea del Muro del ricordo è piaciuta moltissimo a Rita Chiappini, insegnante di Rimini che fa parte del dipartimento europeo della Scuola internazionale di studi sull’Olocausto dello Yad Vashem, che ha contribuito a diffonderla in Italia. “Hanno fatto una cosa bellissima – racconta – : dare un volto, un nome e una storia a quei 6 milioni di persone, per capire che erano esseri umani andati perduti e che ognuno di noi può ricordare”. Chi si iscrive viene assegnato a una delle persone inserite nel database in modo casuale, come è capitato a Rita Chiappini, ma è anche possibile scegliere il nome di una persona conosciuta. “Trovo che sia un’idea geniale – continua Chiappini – : la mia persona è una donna di origine ebrea nata nelle Antille Olandesi e che, in quegli anni, è tornata in Europa, a Praga, per sposarsi. E lì è morta”. Germania, Israele, Italia, Francia e alcuni Paesi del Sudamerica sono quelli più attivi, ma ci sono anche iscritti da Stati Uniti, Australia, Angola, Regno Unito, Nuova Zelanda, Belgio, Messico e Canada. “La Germania è sempre la prima perché il loro governo prende molto seriamente l’assunzione di responsabilità della memoria – spiega Chiappini – ma anche in Italia l’adesione è molto grande, soprattutto grazie agli insegnanti che l’hanno proposta alle loro classi”.

L’importanza di non dimenticare

La frase tratta dalla lettera di David Berger esprime un desiderio che era comune a tutte le persone che sono state vittime di deportazione, quello di essere ricordate. “Spesso buttavano biglietti dai treni o dai camion sui quali erano ammassati – racconta Chiappini – Lo raccontano anche Primo Levi e altri sopravvissuti: veniva loro detto che nessuno avrebbe saputo niente, che il mondo non se ne sarebbe accorto e tutto sarebbe andato perduto. Tutti noi abbiamo la preoccupazione di cosa rimarrà di noi, il terrore che non rimanga nulla, loro fronteggiarono la catastrofe con la paura che nessuno l’avrebbe saputo. Molti si ripetevano ‘dobbiamo farcela perché la gente sappia che cosa è successo’. Ecco perché questa iniziativa è così importante”.

© Copyright Redattore Sociale

l'autore

Redazione Capodarco

L'ufficio comunicazione della Comunità di Capodarco racconta la vita della rete: persone, territori, diritti. Da sessant'anni diamo voce a chi spesso non ne ha. Tutti gli articoli

continua a leggere

Altre storie

Articolo

Il progetto della cura: una ricerca continua di equilibrio

Conversiamo con Gerardo D’Angelo e Béatrice Vernon Qual era il modello di assistenza nella Comunità di Capodarco inizialmente? A Capodarco fino all’inizio degli anni ’90, l’assistenza alle persone con disabilità era garantita esclusivamente dai volontari, dagli obiettori di coscienza in servizio civile e dagli stessi disabili meno gravi. Con il passare del tempo la Regione…

Articolo

Prendersi cura non è solo curare

di Paola Todeschi* Ci sono persone che lasciano il segno. Magari le abbiamo conosciute per caso, percorrendo con loro solo un breve tratto di strada, quando la malattia ha interrotto violentemente la normalità. Le ricordo con piacere perché ho avuto a cuore le loro condizioni, provando interesse per ciò che accadeva. La consapevolezza di poter…

Articolo

Il potere dei gesti invisibili

di Elia Africani Il valore delle presenze “silenziose” nella vita di una organizzazione. Ci sono comunità che si definiscono attraverso ciò che mostrano: ruoli, decisioni, riunioni, comunicati, persone “in prima fila”. Questo è comprensibile e abbastanza ovvio; il palcoscenico è dove avviene ciò che fa notizia, è più facile da raccontare. Eppure, chiunque abbia frequentato…

Resta in contatto

Le storie della rete, ogni due settimane.

Reportage, nuove pubblicazioni, eventi e battaglie sui diritti. Niente spam, solo ciò che conta.