Dimmi di PSì – A cura della dottoressa LORENA CIONFRIN (Psicologa) –
Difficile nascondervi l’emozione profonda di fronte all’invito a parlare di cura, a condividere riflessioni in merito, dalla prospettiva di una persona che si occupa della salute dell’altro. Ammetto che solo nel corso degli anni sono riuscita ad avere maggiore consapevolezza di quanto questo termine fosse importante per me e, spero, anche per voi che state leggendo.
Portate pazienza, siccome l’interesse per la cura non nasce ai giorni nostri, dobbiamo partire dal primo secolo A.C., quando Igino ci fa questo racconto:
“Mentre Cura stava attraversando un certo fiume, vide del fango argilloso. Lo raccolse pensosa e cominciò a dargli forma. Ora, mentre stava riflettendo su ciò che aveva fatto, si avvicinò Giove. Cura gli chiese di dare lo spirito di vita a ciò che aveva fatto e Giove acconsentì volentieri. Ma quando Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio nome. Mentre Giove e Cura disputavano sul nome, intervenne anche Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché essa, la Terra, gli aveva dato il proprio corpo. I disputanti elessero Saturno, il tempo, a giudice, il quale comunicò ai contendenti la seguente decisione: ‘Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; Tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive, lo custodisca. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è stato tratto da humus’.

Seppur non servirebbe aggiungere altro, di tale mito ne sono state fatte diverse letture, tra cui quella di Warren Reich che vede nella narrazione il ritratto dell’idea che la cura ci circonda fin dal momento della nostra creazione; in questo senso essere coinvolti nella cura è precisamente ciò che significa essere umani. Il ruolo della cura si fa determinante per concentrarsi sulla dimensione umana della nostra vita. Essere al mondo in tale ottica diviene quindi: co-esistere, con-vivere, costruire il proprio essere in relazione con altri e fare di altri un valore. Tale visione etica ci accompagna in un cambiamento di prospettiva radicale, aprendo la porta all’esigenza di spostare l’attenzione sul benessere globale delle persone e non esclusivamente sull’assenza di dolore e/o malattia, come riportato dall’OMS nel 1948. Curare si mostra come postura di interessamento preoccupato e sollecito, assumendo due forme pratiche: l’aver cura di qualcuno e il prendersi cura di qualcuno (Mortari, 2006).
Non vorrei però che passasse il messaggio riduttivo che curare sia un atto ad esclusivo appannaggio delle categorie sociosanitarie, anzi, essendo ontologicamente essenziale per la vita di ogni uomo, come torna a dire la Mortari (2015), esso “protegge la vita e coltiva le possibilità di esistere; fare pratica di cura è mettersi in contatto con il cuore della vita”. In tal senso, potremmo dire che, sperimentare la ricchezza dei significati che il termine cura nasconde significa attivarsi quotidianamente, in modo curioso e premuroso verso noi stessi e gli altri. Nel campo della psicologia, tali comportamenti vengono definiti prosociali; non risultano essere schemi innati in noi, ma si sviluppano, fin dai primi anni dell’infanzia, attraverso l’esempio delle figure di riferimento e di un ambiente familiare e culturale stimolante nell’attenzione verso l’altro. Nella vita di tutti i giorni, parliamo di quelle azioni finalizzate all’altro senza una ricerca di ricompensa e che esclusivamente aumentano la probabilità di creare reciprocità nelle relazioni interpersonali e sociali, migliorando noi stessi e tutto il mondo che ci circonda.
A dire il vero, un ritorno positivo reale si ha nel diffondere la prosocialità, anzi più di uno…sicuramente il rafforzamento della nostra identità e della nostra autoefficacia ma anche la creazione di legami basati sulla fiducia e sull’affidarsi e non per ultimo un ambiente predisponente alla bellezza e alla gentilezza.
E se io vi chiedessi cosa significa per voi aver cura? In realtà l’ho fatto e la risposta più interessante ricevuta è stata: “Prendersi la responsabilità di dire cose che vanno dette, anche se l’altro non desidera ascoltarle, accentandone le reazioni negative”… Beh, tanta roba, che sa di presenza, di disponibilità verso l’altro. A voi cercare il vostro modo, originale, di prendervi cura di voi stessi e degli altri.
Articolo tratto da: Lettera da CAPODARCO
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