“Fare il giornalista in un Paese lacerato dalla violenza delle mafie vuoi dire mettere in conto che nel mirino di quella violenza ci puoi finire anche tu. E i giornalisti – i troppi che in questi anni hanno subito avvertimenti, minacce, scomuniche – lo sanno.
Quelli che ho conosciuto, quelli che abbiamo a lungo ascoltato, ci hanno consegnato parole di solitudine più che di preoccupazione. È il ritratto di un Paese, non solo di un mestiere.
Racconta un sistema di poteri (non solo mafiosi) che continuano a considerare come un fastidio ogni voce libera, ogni cronista con la schiena dritta, ogni racconto – su quei poteri e sulle loro miserie – che non si pieghi all’adulazione alla menzogna. Sono giornalisti poco conosciuti, schivi, generosi, determinati.
Una silenziosa e tenace comunità di giovani cronisti che ha raccolto l’eredità più autentica degli undici giornalisti uccisi da mafie e terrorismo in Italia, certamente la più preziosa.”
