Il tema di questa domenica è sicuramente la consolazione. Un tema non molto presente nella nostra teologia e nella nostra catechesi. Preoccupati dalla verità per i cristiani è prevalso il tema della dottrina e, quindi, della razionalità. Questa impostazione è dovuta dalla tradizione culturale greco-romana. I grandi filosofi dell’antichità, ma anche i teologi (si pensi a san Tommaso) hanno avuto una concezione negativa della dimensione del cuore. Lo stesso Aristotele, dal quale derivano molti processi di pensiero anche cristiano, non hanno considerato la dimensione affettiva come valore di un atto umano. La teologia francescana del volontarismo, attenta alle dimensioni affettive è rimasta sempre minoritaria. Dopo molti secoli, con gli studi psicologici e psichiatrici, si sono compresi gli effetti complessi dell’animo umano, nel quale la dimensione delle emozioni ha un valore che orienta convinzioni e condotte. Anche oggi nei processi di validità del matrimonio sacramento purtroppo l’amore ha una rilevanza giuridica marginale, con l’attenzione solo ai vizi di intelligenza e volontà.
Grandi segni di consolazione
L’episodio raccontato dal diacono Filippo in Samaria è speciale per due motivi. I Samaritani non erano perfettamente allineati con gli Israeliti: che si convertano a un discepolo di Gesù è un segno di benedizione. Inoltre i miracoli raccontati (indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti) significano grande misericordia. Nella storia ebraica e cristiana l’attenzione ai fragili (vedove, orfani, disabili) è costantemente presente come segno di benevolenza di Dio.
Il Salmo racconta, con parole poetiche, l’azione di Dio:
«Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia».
Con dolcezza e rispetto
Le parole della Lettera di Pietro rafforzano la consolazione: «Nei vostri cuori, siate pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza […]; è meglio soffrire operando il bene che facendo il male».
Il Vangelo offre presenza: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Le parole del Vangelo di Giovanni consolano per una presenza costante. Il “non lasciarvi orfani” è segno di presenza, di sicurezza e di affetto. La presenza di Dio non si misura sull’obbedienza ma sulla indicazione dell’amore. Una indicazione unica, in quanto la sequela non è data dall’osservanza dei comandamenti ma della capacità di volere ed essere amati. La grandezza del Dio cristiano ha come parametro di fedeltà non i riti, né gli obblighi, ma la capacità del voler bene a Dio e a tutti. La tentazione dei doveri è sempre in allerta; la differenza di altre religiosità è la fede dell’amore che Dio ha mostrato nella creazione, con l’assicurazione che la sua presenza è costante, confermando il tema del volersi bene.
10 Maggio 2026 – Anno A
VI Domenica di Pasqua
(1ª Lett. At 8,5-8.14-17 – Salmo 65 (66) – 2ª Lett. 1Pt 3,15-18 – Vangelo Gv 14,15-21)