La Domenica dopo Pasqua è chiamata anche Domenica della misericordia. Subito dopo la risurrezione i discepoli di Gesù seguono quanto ha lasciato detto agli Apostoli. San Luca, nel racconto degli Atti degli Apostoli, descrive in maniera chiara l’atteggiamento delle primissime comunità cristiane. Un passo celebre della Scrittura descrive il clima.
Ogni cosa in comune
«Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Si tratta indubbiamente del periodo epico delle primitive comunità. Lo stare insieme nelle preghiere è accompagnato dal mettere tutto in comune, dividendo persino le loro proprietà, per aiutare quanti erano in difficoltà. Un passaggio esemplare che sarà ricordato nella storia della Chiesa. Ogni rinnovamento spirituale appella allo stare insieme, senza possedere nulla. Avverrà nel monachesimo delle varie epoche e nella costituzione di tutti gli ordini e congregazioni religiose. Essere cristiani nelle fondamenta, significa mettere insieme la celebrazione della cena, accompagnata dalla comunione dei beni.
Nella storia, sarà prerogativa degli ordini religiosi che esige fede, comunione di vita e di risorse. E’ la cosiddetta scelta evangelica, accettata quale segno di fede e di fedeltà ai dettami evangelici. Nei secoli questa indicazione sarà riservata soltanto a gruppi ristretti, più o meno numerosi e celebri, che il linguaggio comune chiamerà “consacrati”. L’attenzione non verrà meno a tutti i cristiani, anche se riservata” a movimenti ristretti e privilegiati.
Speranza viva
Il brano della lettera di san Pietro allarga l’orizzonte al futuro, indicando la speranza che non divide. «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo».
E’ suggerita la prospettiva che va oltre il tempo e lo spazio. La vita reale si prolunga nella vita in Dio. Un vivere nella pienezza di un clima che esalta la radiosità di un’esistenza che, iniziata nella vita reale, si proietta verso un futuro senza fine, perché ha come garanzia la grandezza e l’immortalità di Dio stesso. Un prosieguo di ciò che si è vissuto nell’adesione al messaggio evangelico. La riconoscenza verso la misericordia divina, confortata da atteggiamenti suggeriti dal Nazareno.
Non essere incredulo, ma credente
Tommaso è il segno della precarietà umana. Egli, apostolo, non è sicuro di quanto gli altri discepoli sono convinti: Cristo non ha abbandonato l’umanità, ma è vivo e accompagna la sua comunità verso un futuro di fraternità e di pace. Anche Tommaso riuscirà a comprendere la grandezza e la misericordia di Dio e riuscirà a dire: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». È così espresso l’augurio di fede a quanti, a distanza di secoli crederanno al messaggio evangelico. Una prospettiva che apprezza l’umanità, non pone vincoli di età, di censo, di cultura: un orizzonte che tende a valorizzare tutte le risorse umane, lodando Dio e ringraziarlo per i beni ricevuti. La speranza è la definitiva consacrazione nella gloria di Dio.
12 Aprile 2026 – Anno A
II DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA
(1ª Lett. At 2,42-47 – Salmo 117 (118) – 2ª Lett. –1Pt 1,3-9 – Vangelo Gv 20,19-31)