E’ la prima Domenica di avvento del primo anno della triade della liturgia: anno A. Il vangelo che sarà proposto è di Matteo. Si mescolano due visioni: quella futura, con la visione del profeta Isaia e con il brano del Vangelo, tratto dagli ultimi capitolo del Libro. Una contrapposizione che offre speranza, senza essere gratuita e immediata.
Il profeta Isaia parla del regno di Giuda, dove insiste la città di Gerusalemme. Il testo ha un doppio passo: dapprima si concentra su Gerusalemme, poi si allarga a comprendere tutto il mondo.
La descrizione è tutta spirituale:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore».
Spezzeranno le loro spade
E’ ancora la dimensione locale, strettamente legata al popolo ebraico. Il brano può essere considerato una preghiera rivolta a Dio perché “ci insegni le sue vie”. Subito dopo lo scenario si allarga perché descrive Dio come costruttore di pace:
«Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e arbitro fra molti popoli.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore».
E’ l’auspicio caratteristico di un profeta. In realtà il popolo ebraico era in continua lotta con i popoli mesopotamici nel desiderio di allargare i propri confini o comunque di ritenersi sicuro dai nemici. La storia di Israele è piena di guerre e di sconfitte. Una terra martoriata che si riflette ancora oggi nei suoi territori. Da qui una specialità che unisce il popolo al proprio Dio e la non integrazione con la gente dei confini. Difficoltà durate secoli, con alterne vicende, compresa la celebre deportazione di Babele. La peculiarità di questo popolo lo distingue da qualsiasi tribù vicina. Le vicende sono narrate costantemente riferite a Dio: nel bene come benedizione, nel male come punizione. Un clima sacro che permea sia le storie quotidiane sia gli eventi storici di popolo. Nessuna distinzione tra sacro e profano: la Scrittura riferisce tutto a Dio, anche in situazioni imbarazzanti, come la gioia della morte dei nemici.
Il salmo celebra le lodi a Dio nello stesso clima:
«Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene».
Tenetevi pronti
La visione dell’ultimo capitolo del Vangelo di Matteo è lugubre: «Così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo… Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». E’ la visione apocalittica, che ritorna spesso nei libri sacri. Ha un risvolto catechetico. Il Dio ebraico è paziente, misericordioso, lento all’ira, ma anche esigente. Ha disposto la terra perché i suoi abitanti ne traessero sostegno. A condizione che siano rispettate le leggi di Dio. Il testo è catechetico, ma anche – si potrebbe dire – morale. Ancora un rapporto tra dare e avere tra la divinità e l’umanità. Una concezione di Dio non ancora gratuita, ma corrispondente a un rapporto legale. La benevolenza alla sola condizione del rispetto della legge divina. In un clima di fine del mondo, frutto di paura e di sgomento.
30 Novembre 2025 – Anno A
I Domenica di Avvento
(1ª Lett. Is 2,1-5 – Salmo 121 (122) – 2 ªLett. Rm 13,11-14a _- Vangelo Mt 24,37-44)