Essendo alcuni sport diventati talmente celebri da meritare attenzione mediatica quasi giornaliera, si conoscono i dettali degli allenamenti, del cibo, del tempo necessari per diventare campioni. Alcuni sport ben conosciuti quali il ciclismo, il calcio, il tennis, il nuoto hanno metodologie simili di allenamento. La prima caratteristica è la l’età degli inizi. E’ molto precoce: nella primissima giovinezza, l’atleta deve aver dimostrato di possedere le caratteristiche del vincente. Gli scopritori di talenti debbono averlo notato: sono persone che girano il mondo alla scoperta dei “migliori”; a quindici/sedici anni sono aggregati. Esistono scuole per addestrarli e stipulare contratti di “appartenenza” a società che li legheranno per il futuro.
I genitori spesso si sobbarcano il peso di alimentare la “vocazione”. La seconda caratteristica del nuovo futuro campione è dimostrare la passione senza intervalli per lo sport che ha scelto. Da qui tempi, modi, allenamento senza intervalli. L’atleta deve dimostrare stabilità e soprattutto qualità “uniche”. Le ricompense sono il denaro e la notorietà. L’inizio è sempre faticoso. Non si diventa celebri improvvisamente. Ci sarà una partita, un premio, un’occasione che attirerà attenzione e notorietà.
Da lì inizia il percorso di campione. L’impegno si farà totale. Lo sport moderno è diventato impegno di azienda. I team di organizzazione sono molteplici, ciascuno con il proprio compito: allenatori, terapisti, curatori dell’immagine costituiranno un unicum con il campione. Se la notorietà esplode inizia il vero calvario: il vincente non può perdere; deve arrivare primo sempre. Gli appassionati lo seguiranno con una passione che è esigente e fedele in proporzione delle vittorie. Non sono molti gli anni di vita dei campioni: a seconda degli sport possono durare non più di due decenni. I guadagni saranno diversi a seconda degli sport: i tennisti e i piloti di formula uno saranno privilegiati rispetto ai ciclisti, ai piloti di moto, ai nuotatori.
Ci si chiede se il percorso della vita di un vincente debba sottostare a violenza. La risposta è semplice: nessuno impone di frequentare lo sport. Se qualcuno lo sceglie sappia che si tratta si una autentica competizione, con il risultato della vittoria. La competizione detterà la storia della vita, senza escludere violenza non dettata da terzi ma scelta personalmente.