I dati in Italia sul gioco d’azzardo sono impressionanti. Si parla di circa 1,5 milioni di persone che soffrono di ludopatia (1 ogni 39 abitanti), con una spesa di gioco che ha superato i 157 miliardi di euro giocati nel 2024, includendo sia il gioco legale che illegale, evidenziando una crescita allarmante delle scommesse. Il 3% della popolazione adulta presenta problemi di gioco, percentuale che sale al 3,7% tra gli adolescenti.
Un problema che deriva dalla necessità, ma anche dalla sfida ad essere “felici” tramite la ricchezza. Si inizia con poco e si mescolano sfide, impulsi, ossessioni. Addirittura ne va di mezzo l’equilibrio delle famiglie, fino, in alcuni casi, ad una e propria rovina.
Tornando alle cause remote si mescolano le tendenze odierne del benessere, con i problemi irrisolti delle effettive risorse delle famiglie: un grande problema che mette in relazioni i desideri, i consumi e la realtà in una società definita benestante. Costumi che offrono occasioni di consumare, mettendo a repentaglio equilibri sostanziali perché i desideri si confrontano con le effettive possibilità economiche.
Un meccanismo infernale che spinge alla materializzazione della vita, con affanni reali che vanno a colpire gli equilibri delle persone. Colazioni, aperitivi, apericene sono diventati comuni, smartphone, notebook accompagnano ogni casa, dimenticando la sobrietà dei decenni passati. Le ragioni ultime di questo fenomeno vanno ricercate nella logica della produzione-consumo che, negli ultimi anni hanno coinvolto le società evolute, senza remore e senza freni. La ricchezza si produce con i manufatti da cui il bisogno di consumare. Non soltanto la sopravvivenza, ma una serie di atteggiamenti e di materiali sono diventati di uso comune.
Esistono centri, scuole, metodi per superare la ludopatia. E’ talmente vasta in età e in territori che sorge il fondato dubbio che possa essere smantellata. Nemmeno i governi hanno interesse a gestirla senza proibirla, perché è un ambito da cui trarre risorse. Una specie di tassa nascosta.