Leggendo un libro di storia teologica (L.T. Johnson, Il cristianesimo e la religione greca e romana – 2. Secondo e terzo millennio, Paideia, Brescia) sono rimasto impressionato dalle riflessioni dei padri greci e latini sulla conoscenza di Dio. L’autore distingue quattro grandi filoni di ricerca che avrebbero attraversato quei secoli, a contato diretto con le religioni greca e romana.
Il primo approccio è la meraviglia di fronte alle bellezze e alla complessità del mondo, da cui la lode a Dio grande e provvidente, seguendo i libri sapienziali e i salmi.
La seconda via di ricerca è il disprezzo per la caducità delle condizioni fisiche e materiali dell’umanità, da cui lo sforzo di liberarsi dai limiti della “carne”. Da queste considerazioni sarebbe sorta la fuga dal mondo, rifugiandosi nel deserto, per essere liberi dalla “pochezza” della condizione umana. S. Antonio abate sarebbe stato il più celebre degli eremiti. In questo contesto si esaltano i martiri che preferiscono morire piuttosto che adorare idoli esterni.
Una terza riflessione avrebbe sottolineato i dettami evangelici indicando la conversione dei costumi (povertà, umiltà, perdono, fedeltà). Dall’inizio della predicazione del Battista con il grido “convertitevi”, sarebbe nata la missione del Nazareno che suggerisce la vera pace, indicando la conversione del cuore. Tale conversione esige adeguati comportamenti nella vita mondana e in quella probata.
Infine, una quarta strada avrebbe accentuato il culto, con il significato dei sacramenti, a cominciare dal Battesimo e proseguire con l’eucarestia e il perdono. La liturgia non solo ricorda, ma rende reale la presenza di Dio, con i simboli e le parole liturgiche.
Oggi questi percorsi sembrano abbandonati. Non c’è distinzione tra corpo e anima: la psicologia, la sociologia e la psichiatria hanno azzerato la loro separazione, per parlare di identità personale, frutto di storia, di cultura, di biologia e di dna. Non c’è spazio per lo spirito: eppure la condizione umana pone domande serie sui significati della vita. Appellare a Dio non è un sogno, ma la necessità di risposte adeguate. Alcune delle quali vanno ricercate nel mondo ultraterreno, del quale, anche nella vita presente, si intravvedono tracce. E’ la fede che ha radici solide nella vita.