Stiamo assistendo a trasformazioni, dolori e morti che ci circondano, anche se non toccano tutti, con privilegi per chi non è sfiorato dai drammi. Le guerre sono vicine. In Ucraina stiamo già accogliendo chi è scappato da quella terra, con la preoccupazione che le armi possano coinvolgerci. Già l’aumento delle spese militari e una specie di naia volontaria sono presenti nel dibattito pubblico. Senza pensare ai grandi drammi del mondo: in Africa con il sud Sudan, in Asia con inondazioni e vittime.
Il tutto è vissuto a distanza via cavo, assistendo, circondati dalla pubblicità natalizia in anticipo e dalle offerte ossessive di sconti per cianfrusaglie inutili e inquinanti. La sorpresa è che il clima di pericolo non intacca la nostra vita. Viviamo in una sorta di sedazione permanente, senza dolore e con la coscienza tranquilla, attratti a quel poco o tanto che soddisfa: un nuovo capo di vestiario, una festa, una pattinata su piste di ghiaccio, una piazza con amici; piccoli nonnulla di sopravvivenza.
Anche i drammi nostrani non turbano: violenze, rapine, femminicidi, suicidi. Ha impressionato la morte di quella madre, nel palermitano, rimasta vedova, con una figlia disabile autistica: prima uccide la figlia, poi si suicida. Una tragedia terribile: la lezione è di solitudine di dolore. Sembra che il grido di Giovanni Battista “convertitevi” dell’Avvento suoni a vuoto: non esiste la percezione dell’errore. Una condizione pericolosa perché sono cancellati i confini tra bene e male, tra vizi e virtù.
Tutto è accumunato nella percezione della libertà pensata esclusivamente in termini personali. Proprio senza limiti. E’ un chiaro indice di decadenza, non solo morale, ma di civiltà. Il futuro spera nella nuova visione di impegno e di costruzione di rapporti chiari e paritari. Nel frattempo rimane l’attenzione alla coscienza critica che sottopone alla razionalità e alla religiosità ogni idea e ogni comportamento. E’ la speranza di una nuova era fondata sulla giustizia che significa rispetto e fraternità.