
La cultura odierna è molto attenta all’infanzia e alla fanciullezza nei primi anni di vita. L’adolescenza, sembra essere un’invenzione delle società opulente. Nelle culture antiche, ma nemmeno più di tanto, terminata la scuola dell’obbligo (allora la quinta elementare) i genitori chiedevano – se lo chiedevano – vuoi studiare o lavorare? Una domanda precisa a cui seguiva un’altrettanta decisione. Se le condizioni economiche delle famiglie non lo permettevano, non era posta nemmeno la domanda. Il ragazzino e la ragazzina erano addestrati presso un vicino, un parente, qualcuno che avesse un mestiere. Per i maschi era la manovalanza, per le bimbe la sarta o le monache per imparare a cucire e ad orlare.
Anni nei quali il fanciullo doveva apprendere un mestiere. Se sera andato a scuola doveva studiare ed essere promosso. Il tutto senza alcun compenso: anni per dedicare a se stessi. Per questo motivo occorreva ringraziare chi ti avesse accolto: già l’aver permesso la tua presenza nelle bottega o nel laboratorio era un gran dono. Le condizioni sono cambiate: l’età della pubertà viene interpretata con libertà.
I genitori, gli insegnanti, gli educatori non conoscono il linguaggio, le frequentazioni degli adolescenti. Si innesca una contraddizione violenta: la pretesa di essere liberi e responsabili, l’incoscienza nemmeno recepita. Danno la colpa agli smartphone, alla rete, alle frequentazioni di cattivi compagni. Ad essere leali e sinceri sono gli adulti che non hanno proposte da offrire.
Scomparsi gli obiettivi educativi rimangono i sogni di essere un domani adulti con ogni sfizio da soddisfare. Nemmeno con il lavoro. Rimane lo scenario di ozio e di piacere. Nel frattempo si attivano gli istinti regressivi: divertimento, violenza, non senso.
Un giudizio sereno dice che la civiltà opulenta non ritrova e non offre spazi di autentica umanità. I ragazzi di oggi non sono meno generosi ed entusiasti di quelli di ieri. Vivono un mondo in decadenza.