“Senza conservanti”, la rubrica di Vinicio Albanesi. N.122 – LA MITEZZA

La mitezza è una virtù scomparsa dal linguaggio civile e religioso. Ha assunto una definizione di debolezza, di inefficienza, al limite di incapacità. Eppure nei libri sacri (soprattutto nei Salmi, nei Vangeli e nelle lettere di san Paolo) ritorna l’invocazione ad essere miti. Vivendo nella civiltà competitiva ed aggressiva, la mitezza è sinonimo di “perdente”. Eppure grandi personaggi da Gandhi a San Francesco sono ricordati per aver vissuto intensamente un clima mite.

Si potrebbe dire che c’è la contrapposizione tra l’emotività e la razionalità. Tra la logica e la forza. E’ più immediato pensare alla lotta in termini rivendicativi. La storia della conquista dei diritti (nel lavoro, nell’istruzione, nella parità di genere) ha una radice di forzatura per ottenere ciò che la razionalità vorrebbe, in termini personali e collettivi. Vale per le guerre tra continenti, tra gruppi, tra nazionalità, tra persone. La risposta immediata di fronte a ingiustizie e disparità è la rivendicazione fino al raggiungimento di una equa giustizia.

Ne è piena la storia, soprattutto occidente: non si contano guerre di conquista e di liberazione, di contrasti e di ingiustizie. Lo scopo è spesso di giustizia: un binomio tra giustizia e mitezza che sembra non essere congruo. Sono lontane da noi le civiltà non violente, che invece persistono in paesi orientali. Quest’ultime non fanno parte del nostro testamento. Eppure, nell’esperienza umana, la mitezza è vissuta in ambiti affettivi e relazionali alti. Si pensi alle relazioni tra genitori e neonati: sono esempi diffusi di grande pazienza e capacità non solo emozionale, ma anche educativa. A fronte di una impossibilità ad essere autonomi e indipendenti, l’adulto interviene con atteggiamenti miti che significano vicinanza, pazienza, affetto. Tra adulti, anche emotivamente coinvolti, già la mitezza esige uno sforzo per non cadere nella sopraffazione e nella aggressività: senza parlare della violenza fisica che è indice di una cultura arcaica.

L’atteggiamento migliore è porsi nella condizione di desiderare che gli interlocutori siano per te miti: nella vita quotidiana e soprattutto quando si è in condizioni di bisogno spirituale o materiale. Non a caso, a fianco della mitezza si invoca la pietà: una virtù che permette all’essere umano di essere tale. Ma è altro tema da affrontare.