L’attenzione sulla responsabilità delle proprie azioni

Con il linguaggio caratteristico del profeta Amos è narrata la vita di quanti, già allora, vivevano nello sfarzo, con l’incoscienza di persone intoccabili. La descrizione è dettagliata: talmente veritiera che può essere riprodotta anche ai nostri giorni. C’è chi vive nell’illusione di avere tutto, godendosi la vita. Impressiona il passaggio che dichiara: «Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!»

Il profeta continua descrivendo la vita tra feste, ubriacature, lussi di vesti e di profumi: «Bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati». Con lo stile caratteristico della religiosità ebraica, la descrizione termina con la punizione divina: «Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti». Il messaggio evangelico è diverso: il Dio cristiano è paziente e misericordioso; non minaccia e non si vendica.

Il Signore dà il pane agli affamati

Il Salmo 145 suggerisce chi è Dio e come si comporta:

«Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione».

Una visione diversa: attenta a chi in difficoltà, vicina a chi ha bisogno di aiuto, non dimenticando nessuno, a cominciare da coloro che erano allora più a rischio (orfani e vedove).

Hai ricevuto i tuoi beni

La parabola del ricco Epulone è magistrale. E’ rivolta ai farisei (gruppo ricco e potente) mettendo insieme, in contraddizione, chi è povero e chi è ricco. La scena si sposta nell’aldilà con l’interlocutore Abramo, il padre di Israele.

Il povero è nella beatitudine, il ricco nei supplizi: «Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi».

E’ ancora presente la minaccia di punizione: chi ha agito male sarà punito, in un giudizio che diventa definitivo e non rivedibile. L’attenzione è sulla responsabilità che ciascuno deve avere delle proprie azioni. La vita terrena non è l’ultimo stadio del giudizio. Il prendere coscienza dei propri errori, dopo la vita terrena, non serve oramai più. La vita è una sola: la biografia di ciascuno narra la personalità e le responsabilità.

L’indicazione delle proprie condotte è suggerita da San Paolo nella lettera a Timoteo: «Tu, uomo di Dio … tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.
Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio».

L’esortazione non è solo per la condotta morale, ma abbraccia la fede. Ciò significa l’unità della dimensione umana della vita presente e di quella futura. La lezione è evidente: per un cristiano le due dimensioni (copro e spirito) sono correlate e interdipendenti. Una visione oramai scomparsa nella pratica, avendo accentuato, quasi esclusivamente, l’attenzione culturale: l’essere fedeli alla liturgia, senza riflessi alla vera fede e, alla fin fine, alla vita.

28 Settembre 2025 – Anno C
XXVI Domenica del tempo ordinario
(1ª Lett. Am 6,1a.4-7 – Salmo 145 (46) – 2ª Lett. 1Tm 6,11-16 – Vangelo Lc 16,19-31)