La terra è affidata alle mani operose dell’umanità

I brani della Liturgia che sono offerti affrontano, soprattutto con il Vangelo, un tema, anche oggi, vissuto. E’ il rapporto tra il male (malattie, guerre, devastazioni) con il peccato. La prima lettura stabilisce, nella storia di Israele, la presenza di Dio. Lo fa per mezzo di Mosé, l’artefice della storia di Israele.

Io sono colui che sono

C’è un dettaglio molto interessante. Dio si presenta e rivela il suo nome, che non è un nome. Nell’apparizione del Monte Oreb è immaginato un dialogo con il quale Dio si rivela al suo popolo.
Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”.
Le interpretazioni del nome sono molte. La prevalente: “io sono per voi per sempre”. Un nome generico che mette attenzione sull’azione di Dio. Un legame che porterà a narrare tutta la storia di Israele in rapporto con Dio, nel bene e nel male. Nel bene perché Dio benedice il suo popolo; nel male quando il popolo si allontanerà da Dio.

Il Vangelo prende spunto da due eventi luttuosi. Il primo ricorda il grande lutto in Galilea che permise che alcune salme di martiri ebrei fossero mescolati con il sangue degli animali dei sacrifici. Il Signore all’evento risponde: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

Uguale risposta per i morti dopo il crollo della Torre di Silone: «O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Ai due esempi concreti si aggiunge la parabola della pianta di fico: il padrone della terra vuole abbatterla perché non più fertile, il contadino chiede di aspettare un anno, per decidere, dopo aver verificato i frutti.
La lezione dice che non bisogna attribuire a Dio il bene e il male che può capitare in vita. L’invito piuttosto è alla conversione: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

E’ spostata la responsabilità del male nel mondo. Non c’è un rapporto diretto tra le disgrazie e la cattiva condotta, né il contrario. Piuttosto l’invito ad avere una buona condotta comunque.

Lento all’ira e grande nell’amore

«Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.
Il Signore compie cose giuste,
difende i diritti di tutti gli oppressi.
Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie,
le sue opere ai figli d’Israele.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente
su quelli che lo temono».

L’impostazione è lineare nell’annuncio evangelico. La terra è affidata alle mani operose dell’umanità. Uomini e donne sono chiamati ad una vita virtuosa, seguendo le indicazioni del Signore.
La domanda sul perché del male non va rivolta a Dio, ma a se stessi. In alcune circostanze nessuno è in grado di spiegare il perché del male. Ma Dio non ha creato il male, né lo vuole. Per questo ha dotato le persone di libertà.
Non è sempre possibile scoprire una causa diretta del male, anche quello innocente. Sicuramente non è da attribuire a Dio che «compie cose giuste».

 

23 Marzo 2025 – Anno C
Terza Domenica di Quaresima
(1ª Lett. Es 3,1-8a.13-15 – Salmo 102 (103) – 2ª Lett. 1Cor 10,1-6.10-12 – Vangelo Lc 13,1-9)