La costruzione significativa delle azioni umane

Il brano del profeta Isaia è interessante perché traduce in atteggiamenti concreti il “digiuno”, pure raccomandato dalla pratica religiosa. Le parole sono esplicite. Il riferimento – linguaggio che ritorna spesso nelle Scritture – si riferisce alle condizioni di chi ha bisogno di aiuto.

«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?»

Il ritorno costante della Scrittura è ai problemi sociali di povertà e di abbandono: per chi ha fame, per chi non ha casa, per chi è povero. Il profeta aggiunge un dettaglio che placa eventuali obiezioni: «senza trascurare i tuoi parenti?». Con Gesù arriverà il compimento delle parole del profeta. Nella prima Lettera di San Giovanni, l’evangelista scrive: «Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?». L’attenzione alla povertà è una chiara adesione al messaggio di fede. San Paolo, nel brano della prima Lettera ai Corinti scrive: «La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio».

L’atteggiamento cristiano non è un dovere, ma la visione del mondo che richiede caratteristiche proprie. Da qui L’incoraggiamento e la convinzione del bene supremo della vita cristiana. Il testo di Matteo usa la metafora (sostituzione di un termine con un altro). I discepoli diventano sale e luce. Al di là dell’esame linguistico i termini usati indicano un mondo di pace, fratellanza, armonia. E’ un chiaro incoraggiamento per il futuro. Come spesso accade nei Vangeli, dopo l’esortazione, si rassicurano gli interlocutori con i risultati degli atteggiamenti assunti.

Il Salmo continua nella visione di un’autentica felicità:

«Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.

Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria.

Si tratta dunque di un vero cambio di visione, in contrapposizione alle tendenze odierne che non si preoccupano della dimensione umana della vita. Sembra scomparsa la preoccupazione del senso non solo morale, ma significativo della vita dell’esistenza.

Una specie del proseguire che poggia sul presente, nemmeno importante. Piccole attenzioni che trascorrono non lasciando traccia di quanto può rimanere di nobile e duraturo nella storia. Si dimentica che la vita è breve e il mondo seguita a girare senza di noi dopo la morte. Occorrerà del tempo prima che si prenda coscienza della costruzione significativa delle azioni umane. La cosa peggiore è che i fenomeni di “superficialità” siano diventati cultura prevalente, senza ripensamenti e senza rimpianti.

Un futuro, alla fin fine, fatto di nulla: precarietà e piccole soddisfazioni mai definitive, in un susseguirsi di impegni e di azioni insignificanti e futili. Il digiuno è la revisione della vita piena di impegno per sé e per chi è accanto, nell’armonia di una civiltà sicuramente valida.

8 Febbraio 2026 – Anno A
V Domenica del Tempo ordinario
(1ª Lett. Is 58,7-10 – Salmo 111 (112) – 2ª Lett. 1Cor 2,1-5 – Vangelo Mt 5,13-16)