Con linguaggio classico il Libro di Qoèlet parla della vanità. Un testo che è stato variamente giudicato. Qualcuno ha parlato di visione catastrofica, addirittura con vene depressive. Il linguaggio può essere interpretato con accenti cinici, ma non per questo meno autentici. Lo sguardo esistenzialistico racconta le vicende umane, nella loro crudità, anche se, nella vita stessa, c’è sempre un barlume di speranza. Inoltre, a fronte di visioni realistiche, si vivono momenti di futuro di speranza. L’attenzione, a ben riflettere, rimanda a un equilibrio che può essere perduto. L’esagerazione per le vicende terrene può far perdere la dimensione dello spirito, con tutte le conseguenze sulla qualità della vita.
Cupidigia e affanno
Qoèlet lotta contro la cupidigia e l’affanno e spesso accompagnati da vere e proprie paranoie. Né sono così rare come si potrebbe immaginare. L’autore del passo ha probabilmente riportato atteggiamenti di persone conosciute senza equilibrio, avvinghiate nelle loro ossessioni. Ricorda loro con la parola “vanità”, la fugacità e la provvisorietà anche delle ricchezze. Quando poi si affrontano problemi seri, la delusione chiude il cerchio del tempo e delle attese.
Il Salmo 89 orienta alla dimensione spirituale
«Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda».
C’è chi ha orientato, in maniera esplicita, il versante opposto alle considerazioni di Qoèlet. Il filoso greco Epicuro (III-IV sec. a.C.) indica nel piacere lo scopo della vita: da qui il non aver paura di nulla e godere di tutti i piaceri della vita. La morte non è un male: egli sostiene che la morte non è nulla per il vivente, poiché quando ci siamo noi la morte non c’è, e quando c’è lei non ci siamo più. La felicità epicurea è uno stato di serenità interiore, ottenuto attraverso la saggezza, la moderazione e la liberazione dalle paure, che permette di godere pienamente della vita e di apprezzare le cose semplici e necessarie. Per la visione cristiana le due opposte versioni sono contrarie alle indicazioni evangeliche.
E non arricchisce presso Dio
La parabola di Luca è esplicita: «Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Ritorna la visione spirituale dell’insegnamento di Gesù. La visione non è solo umana e filosofica: è spirituale e religiosa. Spesso, nella catechesi, si traducono le indicazioni evangeliche in orientamenti pedagogici. La visione è sempre rivolta a Dio e ai significati ultimi della vita. La saggezza umana non è sufficiente al cristiano: la sua meta è Dio. L’infinito sperato, trascorso lasciando il presente, è l’inizio della vita che è in Dio. Gli atteggiamenti umani sono utili alla visione soprannaturale: non può essere dimenticata la finale ultima dell’esistenza che è la vita in Dio. Un richiamo necessario contro i facili moralismi che possono essere rifiutati o dimenticati. Una strada difficile molto più della moderazione di una esistenza equilibrata.
3 Agosto 2025 – Anno C
XVIII Domenica Tempo ordinario
(1ªLett. Qo 1,2; 2,21-23 – Salmo 89 (90) – 2ª Lett. Col 3,1-5.9-11- Vangelo Lc 12,13-21)