Appena terminata la festa del Natale, la liturgia insiste ancora sulla presenza di Gesù nel mondo. La scelta, questa volta, è più teologica. Mentre i Vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca) sono più descrittivi per le vicende della nascita, soprattutto Luca che ha una sezione specifica (l’unica) del cosiddetto Vangelo dell’infanzia, l’evangelista Giovanni, che scrive verso gli anni novanta-cento, dalla morte di Gesù, è più teologico. Sente la cultura greca e romana che influisce sulla giovanissima nuova religione. L’attenzione è posta sulla fede che la parola del Signore sia autentica. Il Nazareno ha rivelato il vero volto di Dio. In altro passo del suo scritto scrive: «Nessuno mai ha visto Dio» (1 Gv 4,12). Cristo ha manifestato chi sia Dio. Nelle Lettere lo stesso autore insiste nella dimensione dell’amore di Dio verso il creato, con la risposta delle creature con il riconoscimento della grandezza di Dio e con l’amore reciproco. La specificità della religione cristiana si fonda sulla vita e sulle parole di Cristo che rivela la presenza e l’azione di Dio padre.
La Sapienza
La prima lettura insiste sulla sapienza. Gli ebrei avevano come unico riferimento i profeti e gli scritti del testo sacro. Della sapienza avevano immaginato una presenza, quasi fosse una persona: ella parla, suggerisce, indica la via. La prima attenzione è la lode a Dio. Il libro del Siracide mette in rilievo il rapporto stretto con Israele:
«Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell’assemblea dei santi ho preso dimora».
E’ la caratteristica dello speciale rapporto che il popolo ebraico ha con il suo Dio. Stringerà un’alleanza con Dio stesso. Questo legame rafforza la fede di Yahweh, ma stringe la relazione che diventa così esclusiva. E’ un privilegio, ma anche il limite di una religiosità riservata solo a una piccola parte dell’umanità. La figura di Cristo che ha interiorizzato questi limiti, allargherà l’orizzonte, per rivolgersi all’intera umanità. Sa, da una parte, che la religiosità ebraica conosce l’infinitezza di Dio, come confermato dal Salmo:
«Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce».
Dall’altra ritorna al rapporto privilegiato con il “suo” popolo:
«Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi».
Figli adottivi
Di tutt’altro tenore è la lettera di san Paolo agli Efesini:
«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d’amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato».
L’attenzione è rivolta alla figura e alla missione di Gesù: gli orizzonti si allargano e la fede si orienta alla figliolanza, ritornando al Libro della Gnesi che aveva parlato di “immagine e somiglianza”. Da allora il cristianesimo è rivolto a tutte le genti, con il fondamento dell’amore verso Dio e verso ogni creatura.
4 Gennaio 2026 – Anno A
II Domenica dopo Natale
(1ª Lett. Sir. 24,1-2.8-12 – Salmo147 – 2ª Lett. Ef 1,3-6.15-18 – Vangelo Gv 1,1-5.9-14)