di Elia Africani
– Nel panorama contemporaneo dei servizi alla persona, parlare di cura come un atto unidirezionale è ormai un residuo anacronistico. La tradizione tecnicista, con i suoi modelli diagnostico-prescrittivi e le sue rigide procedure protocollari, si scontra con la realtà irriducibile dell’incontro umano, che sfugge a ogni definizione precostituita. Non è la persona “accolta” a determinare da sola il percorso, né l’operatore ad offrire soluzioni; ciò che si gioca è un terreno mutevole, una relazione che si costruisce incessantemente nel qui e ora, un processo condiviso che destabilizza certezze e ruoli.
L’incontro non è un evento neutro né passivo: è un atto performativo che produce realtà. La relazione terapeutica si configura come un dispositivo dialettico, un campo di tensioni e potenzialità dove si sperimentano possibilità alternative di senso e di identità.
Qui, il sapere dell’operatore sociale (o umano?) si scompone e ricompone, non più custode di verità assolute, ma parte attiva di una trama narrativa che attraversa i soggetti coinvolti. In questo orizzonte, anche il “contratto terapeutico” smette di essere un dispositivo formale e prescrittivo, che istituisce due soggetti contrapposti e vincolati da diritti e doveri stabiliti a priori. Decostruirlo significa allora far emergere una dimensione fondamentale altra della relazione d’aiuto: una pratica di negoziazione quotidiana, che rimette costantemente in discussione confini, poteri e significati. Un campo di forze dove la validazione reciproca diventa condizione imprescindibile per l’emergere di nuovi racconti di sé, meno ancorati a categorie patologizzanti o a stereotipi di ruolo. Se rimaniamo ancorati all’idea di cura come intervento tecnico, ci priviamo della sua dimensione trasformativa.
Il cambiamento emerge quando si abbandona la pretesa di controllo, quando si accetta di abitare insieme l’incertezza e il non sapere. L’operatore stesso ha il compito di trasformarsi, mettendo in discussione i propri limiti e le proprie certezze, diventando interlocutore e non più delegato risolutore. Cosa intendiamo dunque con “accogliere” se non riconoscere che l’altro, nella sua alterità, ci interroga profondamente e ci invita a reinventare la nostra pratica? In questo senso, l’accoglienza non è un atto neutro o passivo, ma un gesto relazionale e politico che sfida l’egemonia del sapere professional-tecnicista e restituisce agentività alla persona nella sua complessità intenzionale.
L’équipe non può essere regimentata come una mera struttura organizzativa sotto l’egida supervisione tecnica. Essa diventa un laboratorio di senso, un luogo di decostruzione e ricostruzione collettiva delle pratiche, dove si legittimano le differenze e si sperimentano nuovi linguaggi. Solo in questa cornice malleabile e riflessiva l’équipe può sostenere la complessità del lavoro relazionale e contribuire a trasformare la cura in un’esperienza autenticamente condivisa.
In un’epoca che ama le risposte rapide e i protocolli rigidi e parcellizzanti, la sfida è tornare a vedere la relazione come spazio di dialogo vivo, continuo e controverso – una negoziazione perpetua che, nella sua imperfezione, definisce l’unica via possibile per una cura che sia davvero tale.
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