Sanità, Don Albanesi: “il trucco della compartecipazione alle spese”

L’allarme è stato lanciato, con dati certi e recenti. La sanità e l’assistenza, fiori all’occhiello del nostro sistema di sicurezza sanitaria, che garantivano servizi generali e gratuiti, stanno imboccando la strada della privatizzazione, diventando così sempre più onerosi. I singoli e le famiglie sono costretti a interventi in proprio per garantire la propria salute.

Il concetto volutamente non allarmistico di “compartecipazione” ha significato due cose: un minore esborso di denaro da parte dello Stato, compensato dalla partecipazione delle famiglie e un minor ricorso alle cure mediche da parte delle persone non in grado di reggere la spesa. I dati sono forniti dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

ospedale

Chi non è esente dal ticket ricorre meno alle cure del sistema sanitario nazionale, soprattutto per quanto riguarda gli esami da laboratorio perché non ha sufficienti risorse. Chi può pagare il ticket preferisce rivolgersi alle strutture private, perché la differenza tra il contributo da versare alle Asl e il prezzo di laboratorio privato è insignificante; in compenso l’efficienza e i tempi di attesa sono migliori rispetto alle lungaggini del servizio pubblico.

L’introduzione del ticket avrebbe dovuto portare alle casse delle Regioni 800 milioni. In realtà ne ha portati la metà, con la conseguenza che tutto il sistema pubblico è danneggiato. Non solo: la previsione per il 2014 è ancora peggiore, perché al superticket del Ministro Tremonti, alla spending review del governo Monti, saranno aggiunti nuovi rincari.

Dal Luglio 2011 al 30 Giugno 2012 sono stati riscossi 2,2 miliardi, secondo la ricerca Agenas. Si tratta di 150 euro a testa per i 15 milioni di cittadini che hanno usufruito di prestazioni sanitarie pubbliche. Sul versante dell’assistenza in strutture convenzionate la situazione è ancora peggiore, anche se non esistono cifre riguardanti il territorio nazionale. Le case di risposo per anziani sono oramai a totale carico della famiglie, nei centri convenzionati di assistenza e riabilitazione è stata introdotta la distinzione tra contributo alberghiero (a carico dei singoli e delle loro famiglie) e la parte sanitaria a carico dell’amministrazione pubblica. Una variante a questa distinzione – valida ad esempio per le RSA (Residenze sanitarie assistenziali) è garantire un periodo limitato di cure gratuite (60-90 giorni) per non incappare in situazioni di ingiustizia, per poi passare a consistenti quote partecipative.

Le conseguenze non sono difficili da immaginare. A breve si ridurranno gli interventi per cure preventive o di lieve-media gravità, per lasciare spazio solo a cure urgenti e gravi. Solo chi avrà consistenti risorse potrà curarsi a tempo dovuto per non arrivare al deterioramento irrimediabile del proprio stato di salute.

Per quanto riguarda i centri convenzionati la logica rimane quella dello scaricabarile dei costi dalla famiglia al Comune alla Regione, con il ritornello che non ci sono fondi sufficienti. Un’affermazione che è diventata ossessiva. Anche qui le conseguenze sono le peggiori: deterioramento della qualità dei servizi e abbandono della persona bisognosa a carico totale della famiglia.

Uscire dalla crisi

Ci sono due strade per uscire dalla crisi del welfare attuale, sull’orlo dell’implosione. Prima di tutto occorre determinare un percorso individualizzato per ogni necessità assistenziale e/o sanitaria. Fino ad ora c’è stata una generalizzazione delle risposte ai bisogni sanitari: schemi

elaborati con buona volontà, ma quasi mai adeguati alle singole storie.

Le risposte ai bisogni sanitari e sociali vanno adattate alle singole persone: non si possono imporre batterie di esami, di approfondimenti diagnostici, di ricoveri seguendo ciecamente i cosiddetti standard. E’ uno spreco che nessuna società in crisi può permettersi. Seguendo criteri scientifici ogni intervento va orientato alla specificità della prevenzione, della cura e della riabilitazione della persona e non sottoposto a genericità che tutelano gli addetti e non le persone da curare.

Dati certi dicono che oltre la metà degli esami clinici sono negativi: in alcuni casi la negatività sfiora il 70% degli approfondimenti. Non è difficile immaginare che un’attenta analisi delle condizioni della persona può ridurre consistentemente la spesa conseguente. Simile tendenza, oramai ricorrente, vale per i ricoveri inappropriati o per lo spreco delle medicine non consumate.

Altro grande filone di risparmio e di riallineamento della spesa può esser fatto per tutte le specialità (di materiali e di conoscenze) della medicina. Un onere improprio, sempre più pesante, sta investendo il settore strategico della salute, vero e proprio potere (delle professioni, dei medicinali, degli strumenti) con margini ampi di abuso, anche se mimetizzato dietro alti valori di conoscenza. Non raramente ciò che viene dichiarato indispensabile in realtà è superfluo, utilizzato in nome della scienza e della tutela della salute.

Se decisioni di cambiamento non verranno assunte il futuro vedrà la spaccatura tra tutela della salute per gli abbienti e servizi urgenti e lacunosi per i poveri. Chi ha frequentato nazioni cosiddette in via di sviluppo, lo schema vigente è quello appena descritto. L’unica medicina valida è quella a pagamento, senza discussione di prezzo. Il resto è un ambulatorio generico dove mancano persino le medicine.

Vinicio Albanesi