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I successori? Devono mantenere vivo lo spirito del fondatore

26/06/2007 - CAPODARCO DI FERMO – “Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World. Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente. E Polo: - L'inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due strade ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Questa citazione di Italo Calvino, si imprime indelebile nella memoria di chiunque abbia letto “Le città invisibili”. E’ come una traccia fortissima, valida per tutti, laici o credenti . L’ha ricordata Goffredo Fofi durante il convegno “I nostri successori - La responsabilità dell’impegno sociale in un futuro ‘difficile’”, tenutosi sabato scorso, 23 giugno, nel corso della IV Festa nazionale della Comunità di Capodarco. Un incontro “per capire, orientarsi, avere futuro” come ha detto don Vinicio Albanesi, nella veste di moderatore. Sul palco, insieme al “grande vecchio” della cultura italiana, il giovane presidente delle Acli, Andrea Olivero e il fondatore della Comunità di Capodarco, don Franco Monterubbianesi. In platea molti giovani legati al presente a al futuro della Comunità.

Spietata l’analisi della società attuale da parte di Fofi. Per il direttore del mensile “Lo straniero” ci troviamo in un mondo in forte e rapido cambiamento in cui le differenze sociali si stanno acuendo. Pochi ricchi, sempre più ricchi e potenti, esercitano un controllo senza precedenti sulla vita e sulle coscienze delle persone tramite nuove tecnologie, media, pubblicità; la borghesia, in piena crisi, sta scivolando verso il basso per unirsi ad una massa crescente di “emarginati”; la politica ha finito per distruggere tutto, anche sé stessa, perdendo ogni credibilità agli occhi della gente, soprattutto a causa di una classe politica che vive alla giornata, è interessata solo all’”occupazione del presente” e non ha nessuna idea di cosa potrà accadere fra pochi anni.
Una visione estremamente pessimistica, quindi, secondo la quale “il mondo verso cui stiamo andando è ancora più brutto di quello di adesso”. Ma la cosa più grave per Fofi è che mancano le forze per poter arrestare questo processo, essendo venuto meno il più grande strumento di democrazia e giustizia: il potere e la consapevolezza della società civile. La riflessione per quanto cruda, non è sterile: approda infine ad un indicazione per l’azione. Per Fofi il “non inferno”, quello spazio buono da far maturare, a cui dare spazio è innanzitutto proprio quella società civile così indebolita. Rafforzarla è il compito che aspetta quanti hanno a cuore la nostra società e la giustizia. Il mezzo è soprattutto l’educazione, intesa come strumento di libertà e consapevolezza, unica via per l’autonomia e per la capacità di difendersi da soli.

Più ottimistica invece la visione di Andrea Olivero, secondo il quale la prima responsabilità civica in una società dove regna la paura e avere e dare fiducia e speranza. Olivero cita Giovanni XXIII che affermava la necessità di “superare la legge del timore”. Solo così potremo contrastare la forte aggressività diffusa quasi in ogni angolo della nostra società . Speranza per vedere nei grandi problemi dell’Italia e del mondo di oggi un opportunità, un occasione da cogliere, come l’immigrazione che il presidente delle Acli definisce “un segno dei tempi che ci costringerà a ripensarci, a cercare altre strade, ad incontrarci”; speranza per poter lottare contro forze che sembrano ormai pervadere ogni cosa ed essere davvero troppo grandi per essere sconfitte, come “le perverse logiche del mercato” da sostituire con un’economia solidale, della felicità e da combattere ogni giorno con la scelta di uno stile di vita sobrio (“la nostra ricchezza si misura sulla quantità di cose di cui possiamo fare a meno”). “Ormai infatti non si sceglie più solo andando in cabina elettorale – afferma Olivero - ma qualsiasi gesto della nostra vita può essere connivente con un’ingiustizia o aiutare un nuovo corso del mondo”.
E i successori? Secondo Olivero, che ha vissuto in prima persona la creazione della Comunità Emmaus dell’Abbé Pierre, l’importante per loro non è tanto attaccarsi ad un’identità, a regole certe, ad uno “statuto perfetto” ma mantenere la vitalità e la creatività dello spirito del fondatore, la santità dell’ispirazione. “Quello che hai ereditato dai padri, riconquistalo di nuovo e lo possiederai completamente” – dice il presidente Acli citando Goethe e aggiunge: “Chi viene dopo deve vivere l’eredità come se fosse un avvio”.

Il fondatore della Comunità di Capodarco, nonostante i suoi 76 anni, di vitalità e entusiasmo ne ha ancora moltissimo. E’ proprio lui che chiude il convegno additando in un nuovo rapporto tra le nuove generazioni del Nord e del Sud del mondo la sfida più grande ci aspetta. “Grandi sono le risorse dei giovani del terzo mondo, grande è la loro speranza e la voglia di emergere. – chiude don Franco - Noi dobbiamo aiutarli in questa lotta contro le ingiustizie globali, in una nuova, più profonda, condivisione delle loro sofferenze”. (Glc)

 
     

 

 

 

 
   
     
     
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