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Matteo, ''anello debole'' di una società che tende a escludere

06/04/2007 - ROMA – Aveva 16 anni e martedì scorso si è tolto la vita gettandosi dalla finestra al quarto piano della sua abitazione, a Torino. Matteo non sopportava più di sentirsi insultato. Lo chiamavano gay. Un’offesa pesante nell’Italia di oggi, dove le accese polemiche tra i sostenitori dei Dico e i paladini della famiglia etero hanno creato un clima da capro espiatorio. A una settimana dalla scadenza delle iscrizioni al premio giornalistico de “L’Anello debole”, Redattore Sociale ha chiesto a Giancarlo Santalmassi, direttore di Radio 24, nonché ideatore e presidente di giuria dello stesso premio, alcune considerazioni sul rapporto tra comunicazione, costruzione del linguaggio e violenza.

“Oggi la parola gay è diventata un insulto. – dice Santalmassi -. Non voglio accusare la Chiesa per averne creato le condizioni. Ma sicuramente la parola gay così come è stata usata nelle ultime settimane ha preso il sapore di uno stato di minorità, di diversità; ha assunto il sapore di insulto, di paria della società. Esattamente come facevano i nazisti, c’è poco da fare”.

E il ruolo della comunicazione? “Il ruolo della comunicazione è fondamentale. Se facciamo propria la violenza, anche sottintesa, non esplicita, con cui altri adoperano frasi, perifrasi e parole, aumentiamo il peso di massi che già pesano tonnellate”.

“Non meravigliamoci quindi – continua Santalmassi - se per una sua debolezza, psicologica, caratteriale o culturale, un ragazzo non sia in grado di sopportare l’urto di parole che a volte pesano come pietre. Poi ci accorgiamo che Matteo era figlio di immigrati, poi che la scuola non si era accorta che soffriva in modo particolare. Ognuno ha messo un pezzetto di disattenzione. Sta di fatto che la catena sociale in Matteo si è rotta, perché era il suo anello debole. E qui abbiamo mancato tutti”.

Per il direttore di Radio24, se la comunicazione non dovrebbe favorire estremismi politici, non dovrebbe nemmeno permettere esclusioni sociali. “Credo che il sistema dei media e la comunicazione, non soltanto tra giornali e pubblico, ma anche tra individui, debba tener conto di una società che è fatta come una catena, la cui forza è data dalla forza del suo anello più debole”.

La stessa idea sta alla base del premio giornalistico che la Comunità di Capodarco bandisce dal 2005. “Tutta la realtà – si legge nel bando del concorso, che scade il 16 aprile 2007 - deve essere rappresentata dalla comunicazione, non solo quella stereotipata, artefatta, paludata, ma anche quella che riguarda le fasce fragili e marginali delle popolazioni”. Ne vanno di mezzo la verità, la giustizia, la democrazia.“Ogni volta che un anello debole si rompe – conclude Santalmassi - significa che qualcuno ha fatto qualcosa di meno di quello che avrebbe potuto o dovuto fare”. (gdg)

 
     

 

 

 

 
   
     
     
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