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La Comunità di Capodarco si interroga sulla legge 328

10/03/2010 - CAPODARCO DI FERMO – La situazione dei servizi alla persona e i problemi di chi si trova quotidianamente a dare risposte alle situazioni di disagio. Un’analisi a 360 gradi quella effettuata nei giorni scorsi, durante un seminario riservato ai dirigenti delle 14 Comunità di Capodarco sparse in Italia. La relazione introduttiva del presidente, don Vinicio Albanesi, è stata un check up molto critico delle riforma dell’assistenza – la legge 328/2000 – che proprio quest’anno compie 10 anni. In 7 “focus” don Albanesi ha raccolto il mix di problemi che ostacolano il lavoro delle comunità e rischiano di minare alla base la qualità dei servizi e l’attività degli operatori: tra questi, la burocratizzazione del lavoro, la sua spersonalizzazione e l’incidenza sui costi.

La prima considerazione è che non sono mai affrontate le relazioni strette tra la “povertà” delle persone che arrivano ai servizi e la risposta che gli stessi servizi possono offrire. Una questione non contemplata “né in termini di povertà assoluta, né in termini di equilibrio, con il risultato che non si misura l’habitat ideale del bisogno (condizioni di vita, familiari ecc…)”. Un secondo problema è che la risposta sociale è dettata dagli erogatori dei servizi (attraverso la richiesta di una sempre maggiore specializzazione, di esigenze lavorative, del numero di attori implicati nella risposta) piuttosto che da (o in funzione di) coloro che ricevono i servizi.

Insomma, si assiste a forme standardizzate di risposta, frutto delle procedure di accreditamento, che si sostanziano nelle metodologie (si fissano criteri rigidi di intervento, che rappresentano la media degli standard metodologici), nelle strutture (dove i motivi di qualità diventano vessatori. Si pensi alla sicurezza, alla privacy, alla qualità degli spazi, ecc…) e nel personale (“le figure professionali, sempre più rigide, sembrano la risposta alla disoccupazione intellettuale, con un’ampia offerta di specialità”). In generale, per don Albanesi, quello di cui si ha bisogno è una differenziazione delle risposte in base ai bisogni. Le persone, infatti, hanno una loro condizione vitale che varia a causa di una serie di elementi: autonomia, età, cultura, handicap, ecc.

Problematica anche l’organizzazione sul territorio, frutto dei molteplici rapporti con gli organismi preposti all’erogazione dei servizi: ambiti, comuni, province. Il tutto “grazie” alla legge 328, che è finita più volte sotto accusa come responsabile di un’articolazione a volte pletorica.
Inoltre, secondo l’analisi di don Vinicio, il rischio vero è quello dell’assistenzialismo, attraverso una risposta standardizzata che si sostanzia in strutture e metodologie non sempre giustificabili, che riducono tra l’altro il protagonismo delle persone. “Si pensi – ha detto – ai minori afgani che abbiamo nelle nostre strutture, che a 15 anni hanno già girato il mondo da soli, ne hanno viste di tutti i colori e che invece dobbiamo trattare con metodologie strutturate sulla base dei problemi dei nostri adolescenti. Insomma, uomini fuori, bambini in Italia”.

Infine, il problema dei costi. “Lo standard assistenziale – ha rilevato don Albanesi – eleva i costi al punto da renderli non più sopportabili. La conseguenza è la fruizione di servizi da una parte minore della popolazione, non essendo consentito che la spesa sociale sia dilatabile oltre certi limiti. A Roma, per esempio, a conti fatti sarebbe impossibile partecipare a bandi. Facendolo, si rischia di imbrogliare il committente, oppure si rischia di tagliare sul lavoro dei dipendenti pur di rispettare il budget”.

In questo contesto, anche cercare di rispettare la propria “mission”, la propria sfida educativa è assai difficile. Rispettarla e tramandarla. Per questo nei prossimi mesi la Comunità sarà impegnata in un lavoro di sistematizzazione del proprio “corpus valoriale e procedurale”, attraverso la pubblicazione di un manuale sul modello educativo di Capodarco. E, sempre nei prossimi mesi, è prevista la stesura di un documento/manifesto sui nodi più critici del welfare attuale. E’ a questo scopo che la Comunità ha coinvolto nel seminario il sociologo Cristiano Gori, che ha dato delle indicazioni e delle linee di indirizzo su quella che dovrebbe essere nel prossimo futuro l’azione delle associazioni non profit che gestiscono servizi alla persona.

 
     

 

 

 

 
   
     
     
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