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Rosarno, Panizza: "Gli stagionali non sono manovalanza della ‘ndrangheta"

11/01/2010 - ROSARNO (RC) - E’ la parola “reazione, ribellione” la chiave del dramma di Rosarno, l’esplosione di rabbia e di paura dei lavoratori stagionali africani dopo una lunga serie di intimidazioni e di dispetti ai loro danni. E’ l’analisi fatta da don Giacomo Panizza, fondatore della Comunità Progetto Sud, da trent’anni anima delle associazioni e delle cooperative del lametino, che operano anche su beni confiscati alle cosche. Don Giacomo ha prestato assistenza a 400 africani in fuga dalla Piana di Gioia Tauro nel loro passaggio alla stazione ferroviaria di Lamezia Terme. Nella notte tra sabato e domenica, una folla di immigrati lavoratori stagionali si è riversata nell’importante snodo ferroviario per dirigersi verso nord, lontano dalle violenze razziste. “Il ferimento di alcuni immigrati nel pomeriggio di giovedì scorso è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso “, argomenta il sacerdote, dopo aver raccolto molte testimonianze tra gli africani in fuga. “Hanno reagito perché non si sentivano sicuri, né tutelati – continua – tanti raccontavano di avere denunciato alle autorità di Rosarno le vessazioni che subivano, ma non avevano risposta”. Secondo don Giacomo, gli immigrati erano ancora terrorizzati da storie che ripetevano un po’ tutti, come quella di un ghanese ucciso e tagliato a pezzi con una sega per tagliare la legna. “Questo episodio lo ripetevano in tanti e lo riferivano agli anni passati, ma non so dire se fosse solo una leggenda metropolitana”, racconta Panizza. “Questa storia dimostra però che vivevano con la paura di andare a Rosarno, ma ci tornavano per il bisogno di soldi. ‘Ci guardavano come animali ‘, mi hanno detto, riferendosi a tanti episodi di pestaggi e di disprezzo, come l’azione di sputargli addosso o di buttarli giù dalla bicicletta quando passavano per le strade del paese”. Di qui, la ribellione scatenata dall’ultimo gravissimo episodio di violenza ai danni di un immigrato togolese nelle prime ore del pomeriggio di giovedì, Ayiva Saibou, con regolare permesso di soggiorno. L’uomo è ancora ricoverato all’ospedale di Gioia Tauro e sarà accolto a Riace, nella locride, dal primo cittadino Domenico Lucano, il sindaco dell’accoglienza. Sono stati tre gli africani vittime di sparatorie ai loro danni nel primo pomeriggio del 7 gennaio. Poi è partita la rivolta dei lavoratori stagionali sulla statale 18 che collega Rosarno a Gioia Tauro, con cassonetti ribaltati, auto incendiate e una donna residente a Bosco Rosarno ferita al volto mentre era in auto con i suoi due bambini.

“Hanno calcolato male la contro-reazione dei rosarnesi, questo dimostra che non erano organizzati dal punto di vista delle lotte per il lavoro – spiega don Giacomo – e comunque sono lavoratori che si tenevano lontano dai mafiosi, non facevano parte della manovalanza della ‘ndrangheta”. Sul coinvolgimento delle ‘ndrine, il fondatore della Comunità Progetto Sud, concorda con la tesi al vaglio degli inquirenti nelle ultime ore. “Sono intervenute dopo la prima ribellione, avranno deciso qualcosa in seguito, anche perché non avevano interesse allo sfruttamento dei lavoratori stagionali, i quali sono stati tollerati dai proprietari terrieri e dai poteri pubblici”. Al di là della questione sulla ‘ndrangheta che organizza i linciaggi alla Ku Klux Klan, Don Panizza punta il dito sull’assenza dei sindacati e degli enti del lavoro su tutta la questione. “Quello che è successo è stato causato dalla mancanza di diritti civili. C’è stata una rete di assistenza sociale anche dei gruppi cattolici, che hanno fatto bene a portare aiuti e venivano lasciati fare perché l’assistenza con cibo e vestiario oliava il meccanismo dello sfruttamento. Ma gli africani non erano aiutati e organizzati per le rivendicazioni sui diritti del lavoro. Si sono trovati da soli fra l’incudine e il martello, tra i proprietari terrieri e la ‘ndrangheta”. (rc)

 
     

 

 

 

 
   
     
     
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