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Vivere a Roma da homeless tra cartoni, freddo e solitudine

07/01/2010 - CAPODARCO DI FERMO - Un réportage dalla strada, dalla Roma sotterranea di chi dorme in stazione, tra cartoni, freddo e solitudine. Scritto da un giornalista di 22 anni, che per raccontare di emarginazione sceglie di vivere la stessa vita dei suoi protagonisti, dormendo in strada con loro per venti giorni, portando con sé solo un sacco a pelo, un libro, uno zaino, un quaderno e un po’ di biancheria di ricambio. Così è nato “Roma senza fissa dimora”, di Gabriele Del Grande, edito da Infinito. Viaggio senza retorica in un mondo in cui “gli individui sono in lotta l’uno con l’altro, salvo temporanee e opportunistiche alleanze, pronti a tradirsi, a dimenticarsi e a farsi del male”. Il resoconto si apre con la descrizione del primo risveglio alla stazione Termini, “grande porto metropolitano”, dopo una notte trascorsa insieme a venti persone, accovacciato nel sacco a pelo. Le sensazioni: stanchezza e vergogna. “Sento come il bisogno di nascondermi tra la folla, anonimo (…) Fortunatamente mi accorgo subito che non è affatto difficile essere trasparente agli sguardi dei viaggiatori di passaggio in una stazione”. E qui prendono forma i primi appunti: “Mi metto a scrivere su una panchina. La schiena mi scricchiola a ogni movimento sotto il peso della stanchezza. Stanotte non ho quasi chiuso occhio. Ma l’entusiasmo è tanto”.

Poi ancora una notte in strada, la mattina al centro Caritas per i buoni pasto, la doccia dopo 3 ore di attesa, l’incontro con Ari, giovane curdo, arrivato dalla Grecia nascosto a bordo di un camion, inseguendo il sogno dell’Inghilterra. Quello Ari è solo uno dei tanti volti che compongono la galleria dei personaggi a cui il libro dà voce, gli “amici” con cui Del Grande ha condiviso lunghe ore passate al binario 1 della stazione Termini, trasformato in punto d’ascolto e le notti in strada. “Buona parte delle persone di strada non sono nate in Italia, ma sono emigranti. Vivono tutti nella clandestinità. Non possono ricevere aiuti dai servizi sociali perché non hanno le carte in regola (…) Quanti talenti e intelligenze gettate come immondizia nei cassonetti della miseria. Quante potenzialità condannate ad arrancare, a farsi spazio a colpi di gomitate nel mondo violento della strada”.

E c’è la veglia di Natale in strada, insieme a un “pugno di sconosciuti che ha voglia per una sera di girare lo sguardo dall’altra parte, di scaricarsi la pancia dai malumori, di convertire la rabbia e la solitudine in canti e balli di gioia, per quanto effimera e passeggera possa essere”. E il pranzo della comunità di Sant’Egidio, con tanto di abbuffata e regali. Fino al Capodanno e al ritorno alla vita lontano dalla strada. Dopo questa esperienza, che si è svolta tra il 15 dicembre 2004 e il 3 gennaio 2005, Gabriele Del Grande si è trasferito a Roma e si è iscritto al corso di giornalismo della Fondazione Lelio Basso. La prefazione è di Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia Redattore Sociale, con cui Gabriele Del Grande collabora e che nel 2005 ha pubblicato alcune delle storie contenute nel libro. La postfazione è di Maksim Cristan, scrittore e cantautore di strada.

 
     

 

 

 

 
   
     
     
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