Don Albanesi: ''Il carisma di assistere ha una pregnanza teologica''
26/02/2009 - ROMA - "Quella del prete è una vocazione in crisi? Stando ai dati italiani, sembra proprio di sì. E le previsioni non sono rosee: nel 2025 si conteranno 25 mila sacerdoti diocesani contro i circa 33 mila attuali. Un quadro a tratti preoccupante. Perché i preti invecchiano, e i nuovi non bastano a 'riempire' i posti rimasti vacanti nelle parrocchie”. È lo scenario delineato dalla giornalista Laura Badaracchi, autrice del volume Fare il prete non è un mestiere. Una vocazione alla prova (260 pp., 12 euro), da oggi in libreria per le edizioni dell'Asino. Il taglio del volume oscilla tra il manuale e l'inchiesta: all’itinerario “classico” previsto per diventare sacerdote si affiancano alcune voci che raccontano in prima persona gioia e difficoltà vissute dal clergyman. Perché anche tra i preti di oggi, nei paesini come nelle metropoli, “sono 'nascosti' profeti e testimoni per i nostri giorni confusi e incerti”, sottolinea Badaracchi.
“Forse sarebbe stato più giusto o corretto che queste pagine fossero state scritte da un uomo, meglio ancora da un prete che vive in prima persona una vocazione tanto particolare - fa notare l'autrice nell'Introduzione -. L'editore ha scelto una donna, laica e giornalista, che conosce da vicino il mondo ecclesiale e incontra, per lavoro e per amicizia, tanti sacerdoti e li osserva con uno sguardo professionale ma anche femminile”. Uno sguardo “altro”, dunque, che racconta come i preti in Italia “non appaiono come un monolite, ingessati nel clergyman di ordinanza. Dalla talare alla felpa, la tipologia si rivela variegata: segno di vitalità carismatica, talvolta di esuberanza quasi adolescenziale. C'è chi scalpita tra i binari dell'obbedienza alla gerarchia e chi, invece, scivola nella devianza. C'è un'umanità ricca e povera da riconoscere senza moralismi pretenziosi né levate di scudi”.
Le 260 pagine del volume raccolgono diverse testimonianze e storie vocazionali: da quella di monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, a quella di monsignor Piero Coda, presidente dell'Associazione teologica italiana (Ati) e preside dell'Istituto universitario "Sophia”, inaugurato nei mesi scorsi a Loppiano (Firenze) presso la Cittadella dei Focolari. Ma si raccontano anche parroci e viceparroci romani, con una lunga esperienza nelle periferie di Centocelle o dei benestanti quartieri Ardeatino e Prati Fiscali. Il capitolo IX è dedicato all'“impegno sociale” dei preti impegnati tra gli emarginati e le persone in difficoltà, come don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, e dei cappellani che operano in carcere, negli ospedali, sulle navi o tra gli immigrati.
''Il carisma di assistere ha una pregnanza teologica”. Lo spiega don Vinicio Albanesi, precisando: “Chi opera nel sociale è solidale con l'opera della creazione e della redenzione. Altrimenti Dio continuerebbe a salvare solo le menti? No: il Signore libera dalla sofferenza, dalla morte, dal peccato, cioè dalla condizione di tristezza”. Quella di cui parla il sacerdote marchigiano è “la vocazione di coniugare preghiera e opere, di tradurre concretamente la misericordia del Dio amore. Perché esiste una teologia della misericordia”. In una prospettiva analoga si dipanano le altre esperienze di preti impegnati nel sociale, che provano a coniugare “la passione per Dio e per l'uomo sulla strada, nelle comunità-associazioni-fondazioni da loro inventate, negli uffici, nelle scuole”, scrive l'autrice, spiegando. “Un annuncio evangelico, quindi, che sceglie soprattutto i fatti per esprimersi. Gesti concreti, eclatanti o minimalisti, che attualizzano ancora una volta la parabola del buon samaritano, le Beatitudini, l'amore cristiano disposto a dare la vita per l'altro perché tutto ha ricevuto da un Signore che si è fatto bambino per arrivare alla croce e poi alla risurrezione. Azioni solidali che vogliono 'gridare', anche in silenzio, che la logica del successo e della vittoria non ha l'ultima parola, che l'apparenza e il potere sanno di effimero, che i poveri e i sofferenti esistono e non possono diventare invisibili, essere rinchiusi in ghetti o passare attraverso un restyling che li renda “presentabili”.