Mamme fragili, dalla strada alla comunità per imparare a educare

Mamme che vengono dalla strada, dalla droga, dalla violenza, da famiglie che saltano. E che in comunità imparano a educare i loro figli. Sono 4 quelle attualmente ospitate dalla Comunità Sant’Anna di Fermo, che fa capo alla Comunità di Capodarco. La più giovane ha 25 anni, la più grande 45. I loro figli hanno da 0 a 7 anni. E la loro permanenza in comunità può durare da 1 mese a 2 anni. “Sono mamme che devono scoprire il senso della maternità al cento per cento – spiega il responsabile Giacomo Sortino – Quello che manca loro è una percezione globale, sono come adolescenti nel corpo di adulte, mamme-bambine senza il senso della maternità responsabile”.

Il loro arrivo in comunità segue percorsi diversi. In molti casi le mamme denunciano i mariti per violenza nei loro confronti o verso il figlio e a quel punto il tribunale decide che il minore deve essere protetto e loro lo seguono. Oppure si tratta di mamme che si stanno disintossicando dalla droga, che accompagnano i figli appena nati, risultati positivi alle analisi in ospedale. Le straniere invece vengono dalla strada e sono loro a chiedere direttamente aiuto ai servizi sociali.

(foto Laura Meda)

“La loro preoccupazione – afferma Sortino – è apparire bravissime come madri, ma poi nelle cose più impegnative esce la loro immaturità. Magari comprano cose ai figli, dai vestiti alla cioccolata, ma finiscono per trascurarli perché si devono mettere lo smalto. Il percorso che fanno in comunità le porta a diventare da vittime a protagoniste della loro vita, per questo i primi 6 mesi sono i più difficili”.

La convivenza non è certo facile: “Le difficoltà si incontrano nella gestione degli spazi comuni, nelle pulizie, si litiga per qualsiasi cosa, specialmente per le inezie. Le mamme si lamentano continuamente ed esprimono il loro disagio dando sempre la colpa agli altri. Non sono donne cresciute, vorrebbero giocare come i loro figli, dicono che è ingiusto che stiano in comunità”. Non manca però il senso di solidarietà: “Le mamme si aiutano a vicenda e spesso si prendono cura e giocano anche con i figli delle altre”.

Le donne ospitate dalla comunità Sant’Anna – che si chiama così perché Anna è il nome della madre della Madonna – sono sia italiane sia straniere. “Tra loro c’è una romena – racconta l’educatrice Alessandra Tomassini – , con lei abbiamo dovuto lavorare in particolare sull’accudimento perché non era abituata a stare 24 ore su 24 con la sua bambina”. Poi c’è una mamma nigeriana: “Ha paura di tutto, esagera in ogni sua manifestazione, è iperprotettiva ma allo stesso tempo a volte si dimentica della figlia perché è presa da Facebook o dal cellulare”, dice Sortino. Che prosegue: “Con lei abbiamo dovuto lavorare molto sull’aspetto culturale perché voleva far praticare l’infibulazione alla figlia. All’inizio non ci permetteva di avvicinarci alla bambina. Ma poi siamo riusciti a convincerla che l’infibulazione era un male per la figlia”. (ab)